RISK MANAGEMENT – Il primo blog sul RM in Italia.
“Davanti ad una crisi ci si può ritirare, si possono proteggere i conti e preservare i contanti. Oppure possiamo renderci conto che il mondo ha bisogno di cambiamento“. (Sam Palmisano, Ceo IBM)Le assicurazioni Nationwide utilizzano l’iPhone
La diffusione in massa dell’iPhone sta incominciando a portare i suoi frutti anche in ambito lavorativo (se solo qualcuno avesse ancora qualche dubbio). Le grosse società iniziano a guardare all’Apple Store come un fedele alleato per migliorare i propri servizi. Se da un lato le banche hanno fiutato l’affare offrendo applicazioni in grado di accedere ai conti correnti, dall’altro si nota l’avvio anche delle società di assicurazioni.
A debuttare questa volta è la società americana Nationwide, operante nel ramo delle assicurazioni, che ha lanciato la sua applicazione per iPhone. Come funziona? Molto semplice: quando ci sarà un tamponamento non bisognerà più compilare la costatazione amichevole, ma lanciare l’applicazione dall’iPhone. Dopo aver fatto una foto alle auto incidentate, indicato l’esatta ubicazione grazie al collegamento con il GPS (senza più diventare matti per capire dove ci si trova), spiegato la dinamica in un form, compilato i dati relativi ai due conducenti e inserito data e ora, si spedisce tutto via internet e si attende l’email di notifica. Non è fantastico?
Guarda il breve filmato illustrativo.
Personalmente, spero che queste idee possano diffondersi nel settore assicurativo italiano che non brilla per innovazione tecnologica e dei servizi, proprio per offirire servizi sempre più alla portata di tutti o di molti, liberandoci da carte e scartoffie che spesso servono a rallentare sia in efficienza che in efficacia le risposte rese a noi cittadini/clienti della parte abitata della rete.
[via melamorsicata]
Le assicurazioni di ENEL
La rabbia dei familiari della vittima, 4 anni senza il risarcimento
Potrebbe riservare altre sorprese il processo nel quale l’ex funzionario dell’Enel Dario Basaldella, 62 anni, pensionato, di Pordenone, è accusato di omicidio colposo. È l’unico dei cinque indagati per i quali il pm Annita Sorti ha chiesto il processo (archiviate le posizioni di altri due dipendenti dell’Enel e dei titolari dell’azienda Camata di Vicenza, poi fallita), ritenendolo responsabile delle condotte colpose che, il 4 settembre 2004, causarono la morte di Andrei Maricel, 42 anni, operaio romeno, sposato e padre di due figli.
Maricel continuò a lavorare nella cabina Enel nonostante sapesse che l’alta tensione stava per essere attivata e nonostante fosse del tutto sprovvisto delle protezioni contro l’elettricità (scarpe e guanti in gomma, cacciaviti e pinze non conduttrici di corrente ecc.). Tale decisione ha suscitato le perplessità degli avvocati Remo Anzovino, Alessandro da Re e Maurizio Conti, che assistono l’ex dirigente Enel, ma anche dei legali Silvia Casarin e Alberto Mascotto, che tutelano gli interessi della moglie e dei figli della vittima. Da quanto si è appreso i legali della famiglia Maricel, dopo aver più volte ma inutilmente chiesto chiarimenti alla Procura, ma anche un segnale di disponibilità di Toro e Cattolica assicurazioni, hanno fatto partire la causa civile per il risarcimento del danno. Nel processo penale avrebbe parte civile solo il figlio all’epoca dei fatti minorenne della vittima. Il ragazzo, visto che venne a mancare la principale fonte di reddito (Andrei Maricel guadagnava 1800 euro al mese), dovette lasciare la scuola e trovarsi un lavoro. Le difficoltà economiche della famiglia, che sta ancora attendendo il primo euro dalle assicurazioni di Enel e Camata, vennero subito a galla: dopo il dramma dovette contrarre un mutuo per sostenere le spese del funerale.
(Fonte: Il Gazzettino di Pordenone di martedì 2 Giugno 2009)
Da risk manager in questa vicenda, almeno per come viene riportata dal giornale, ci vedo alcuni errori da parte di Enel: anche tu?
Pubblica amministrazione e gestione dei rischi
Gli enti pubblici, se non vogliono rispondere dei danni, dovranno prestare attenzione e segnalare rigorosamente buche, tombini e, più in generale, tutti i lavori in corso per strada. E’ questo il senso della sentenza n. 11709 della terza Sezione civile della Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso di un automobilista della capitale che, per ben due volte, si era visto attribuire la colpa esclusiva di un incidente avvenuto a Fiumicino dieci anni fa a causa di una mancata segnalazione di un “tombino fortemente sporgente dal suolo stradale”.
Quando giro per strada vedo spesso lo stato di incuria in cui versano strade e marciapiedi, e mi chiedo: ma se in Azienda le strade, i piazzali e i passaggi fossero in quello stato, potrei essere chiamato a rispondere degli eventuali incidenti? Mi rispondo affermativamente e penso che, se fossi un sindaco o un assessore, mi preoccuperei di sistemare tale stato di cose sia per un dovere civico nei confronti dei cittadini che per evitare di scaricare all’assicuratore questa noncuranza. Perché poi, se sono conscio di quello stato di cose e non faccio nulla per evitare i danni, non potrebbe configurarsi anche una sorta di dolo eventuale?
Tu che dici?
La buona reputazione della Nutella
Ho sempre pensato che la Nutella fosse buona (non hai mai provato ad assaggiare la Nutella?) e oggi ho appreso la notizia che la Ferrero, secondo l’indagine effettuata dal Reputation Institute, figura al primo posto nella classifica mondiale delle aziende che beneficiano della migliore reputazione generale presso il pubblico, battendo grandi marchi come Ikea e Johnson&Johnson e salendo dal quarto posto al top della classifica.
Credo che anche per il collega risk manager della Ferrero ciò rappresenti un bell’impegno in termini di salvaguardia della reputazione aziendale la quale, a quanto pare, è ai primi posti nella classifica dei rischi che più preoccupano le aziende e, naturalmente i loro risk manager.
E tu, caro lettore, cosa fai per proteggere la reputazione delle aziende o dell’azienda per la quale operi?
Crisis Management e Twitter
Image credit Respres
Leggendo questo post su Microblogging nel quale si trova la presentazione “Twitter for business“ in cui si tratta delle potenzialità del microblogging e, dunque, di Twitter, ci sono alcune interessanti riflessioni anche per nostra attività di risk manager, in particolare per le problematiche legate alla gestione della crisi e della reputazione aziendale.
Infatti, nel post, si dice che Twitter potrebbe risultare utile anche come strumento da utilizzare in caso di:
- Crisis Management: per la gestione delle crisi e delle situazioni critiche. Ha il limite dei caratteri (140), ma l’immediatezza di un dialogo quasi faccia a faccia che implica un rapporto diretto con le persone. Non è un caso che l’azienda Domino’s, dopo la figuraccia rimediata attraverso il video dei dipendenti, stia cercando ragazzi che seguano l’account Twitter per mantenere le relazioni e rinnovare la reputazione;
- Reputation management: Twitter come ambiente per gestire e tutelare la propria reputazione online.
C’è ancora qualcuno che pensa che la rete non cambierà il nostro modo di lavorare e di pensare?
Quale futuro per il mercato assicurativo italiano?
Da qui ho appreso che, lo scorso mese di marzo, si è svolto il primo Leader’s view Cineas (un ciclo di appuntamenti trimestrali su temi nei settori assicurazioni, finanza, industria e sanità), tutto basato sui cambiamenti che questa crisi economica potrebbe provocare anche nello scenario del mercato assicurativo italiano.
Di questo ne hanno parlato alcuni opinion leader del settore assicurativo: Massimo Antonarelli, Amministratore delegato di Münchener Rück Italia, recentemente nominato Vicepresidente Cineas per il settore assicurativo; Francesco La Gioia, Amministratore delegato di Zurich Italia; Sandro Salvati, Presidente della Fondazione Ania per la Sicurezza Stradale e Vittorio E. Terzi, Managing director di McKinsey & Company Italia.
Adolfo Bertani, Presidente Cineas, ha introdotto e coordinato l’incontro e qui puoi vedere il video del suo intervento.
Tra i vari interventi (e ti consiglio di sentirli tutti), ti segnalo quello di Massimo Antonarelli, Amministratore delegato di Münchener Rück Italia, che potrai vedere nel video qui sotto oppure cliccando qui dal canale YouTube del Cineas. Ascolta, in particolare, quello che dice Antonarelli sul ruolo del risk manager (al minuto 4.10).
Questa volta non traggo considerazioni su quanto ho ascoltato o su come vedo io lo scenario assicurativo italiano perché mi piacerebbe che queste considerazioni, semmai, le potessi commentare tu stesso.
Un aspetto che mi sento di sottolineare è, invece, quello dell’anzianità dei relatori: uno spazio ai giovani no?
Il processo di risk management e il risk manager consulente
In questo periodo, come già saprai, sto frequentando il corso “Enterprise Risk Management“ all’Università di Verona del quale sto raccontando le mie impressioni.
Uno dei moduli fin ora più interessanti (almeno per me, tra i troppi poco utili) è stato quello tenuto dall’ing. Maurizio Castelli, ex risk manager Pirelli, oggi in veste di managing director di XL Insurance, che ci ha parlato tra l’altro del processo di risk management e del ruolo del risk manager.
Innanzitutto si è detto che il Risk Management è un processo, non una funzione !
Mi piace precisare questo aspetto poiché, in ambito aziendale, si è soliti definire le varie funzioni, ma poco i processi e allora vediamo la distinzione tra i due concetti:
1. Funzione: è il ruolo che risulta assegnato a un elemento di un aggregato sistemico. In contesto organizzativo è il ruolo di una persona in un ufficio o in una squadra operativa, un reparto in una fabbrica, una unità in una divisione militare, …
2. Processo: è un insieme di attività correlate o interagenti che trasformano elementi in entrata in elementi in uscita fornendo valore aggiunto. [Norma UNI 9000:2000]
Un processo è caratterizzato dal fatto di essere ripetibile e coinvolge un insieme di risorse e di attività tra loro interconnesse che trasformano degli elementi in ingresso (input) in elementi in uscita (output). Le risorse possono comprendere personale, disponibilità finanziaria, mezzi, apparecchiature, tecnologie e metodologie. Un processo è quindi una serie intercorrelata di azioni, eventi e meccanismi diretta ad aggiungere valore.
E’ poi seguita una descrizione dell’evoluzione del concetto di risk management e della professione di risk manager in un modo che mi è parso alquanto interessante (credo anche per i molti che seguono il corso) o almeno meno teorico-scolastico di quanto non mi sia capitato di leggere o di ascoltare in questi quindici anni.
a) I “Basics“: Insurance Buying. E’ il primo gradino, quello in cui si gestiscono unicamente i rischi assicurabili e si utilizza il risk tranfer come unico strumento di gestione del rischio. Diciamo che questo è il luogo tipico dell’incontro tra l’azienda e un intermediario assicurativo.
b) Prima evoluzione: Insurance Management. Rappresenta un approccio più integrato alle tematiche assicurative in quanto porta inevitabilmente ad una attività di analisi e mappatura dei rischi da trasferire. In questa ottica l’Insurance Management può essere visto come una evoluzione dell’Insurance buying ed è la prima “disciplina complesssa” di Risk Management.
c) Seconda evoluzione: Risk Management Tradizionale. L’uso di strumenti addizionali per la gestione di quei rischi che venivano precedentemente trasferiti interamente ai mercati assicurativi, ha portato alla nascita del Risk Management, nel senso che si è dato a questo termine per due o tre decenni. Tali strumenti includono l’Alternative Risk Transfer (ART) nel quale sono comprese le Captives, il Risk Engineering, e la Risk Mitigation/Loss Prevention. Inoltre molti Risk Managers sono stati sempre più coinvolti su una gamma di rischi più ampia di quelli tradizionalmente considerati come “assicurabili”, tra cui i rischi politici, i rischi di credito, gli employee benefits etc .. .
d) Ulteriore sviluppo: Risk Management Avanzato. Numerosi “Risk Managers Tradizionali” a partire dagli anni ‘90 sono stati coinvolti in ulteriori aree, quali il Crisis Management, il RM su Grandi Progetti, il RM sulle attività di M&A. Inoltre, molti risk managers sono stati portati ad un livello più alto della gerarchia aziendale e sono stati coinvolti in alcuni processi decisionali relativi ad azioni strategiche (come ad esempio la decisione se proseguire o meno un certo progetto). Questi Risk Managers Avanzati” si muovono, comunque, ancora in un ambito “tradizionale”.
e) Un nuovo profilo: Enterprise Risk Manager (puro). Principalmente a causa di nuove regole, normative e leggi, molte grandi aziende hanno sentito la necessità di avere un approccio integrato ed “olistico” ad una vasta gamma di rischi, inclusi i rischi finanziari, quelli operazionali e quelli strategici. In questo modo è nato l’Enterprise Risk Manager. Nella sua più stretta definizione tuttavia l’ERM non è coinvolto nella gestione operativa dei rischi, ma solo in un ruolo di “facilitatore” del processo di analisi e mappatura dei rischi. Questo perché la gestione degli stessi viene lasciata alle funzioni operative che nella visione ERM più “pura” sono considerate le “proprietarie” dei rischi stessi. Si può quindi affermare che, se è vero che l’ERM è coinvolto in una gamma di rischi molto più vasta, è anche vero che il numero di strumenti utilizzati è molto più ridotto.
f) Quando un “RM tradizionale” diventa un ERM: Enterprise Risk Management “combinato. Quando il ruolo di ERM è affidato ad un RM preesistente, sebbene il cambiamento di cultura ed approccio metodologico sia molto significativo, normalmente il RM continua ad essere coinvolto con molte delle attività che gestiva precedentemente, quali assicurazioni, Captive management, Risk Engineering.
Ulteriori scenari: a complicare ulteriormente le cose molte aziende considerano anche l’HSE (Health, Safety and Environment) e la Security, come aree che appartengono alla sfera del “Risk Management”. Qui non ho ben capito (e in effetti non l’ho chiesto) perché si dica che “le cose si complicano“ quando, personalmente per quello che vivo ogni giorno, vedo questi ruoli di naturale competenza di un risk manager.
Tutte queste considerazioni sono state riassunte da Castelli molto efficacemente nella sua Matrice delle discipline di risk management il quale ha poi concluso affermando che la “disputa” sul “vero risk management” non ha alcun senso (ed io, per quanto conta, sono pienamente d’accordo). Esistono, infatti, differenti discipline di Risk Management che coinvolgono vaste competenze, quasi sempre indisponibili in una singola funzione. L’integrazione ed il coordinamento di queste funzioni rappresentano la sfida per una reale ottimizzazione del valore aggiunto prodotto dal processo di Risk Management.
In questa descrizione, tuttavia, mi pare che Castelli si sia concentrato nell’analizzare l’evoluzione guardandola più con l’occhio di un risk manager dipendente della struttura aziendale che anche con quello di un risk manager consulente il quale spesso (se non sempre) deve rapportarsi con l’alta direzione e quindi è integrato de facto proprio ai più alti livelli della gerarchia aziendale.
A mettere una “toppa“ (non me ne voglia Castelli) in questo ragionamento, ci pensa il collega free lance Filippo Bonazzi, con questo articolo (risalente al febbraio 2006) “focalizzato sulla figura del risk manager consulente esterno, il professionista, cioè, che svolge continuativamente attività di gestione del rischio a favore dell’azienda (pubblica o privata) senza essere inquadrato contrattualmente quale lavoratore dipendente della medesima“.
E io, dove mi colloco? Bè potrei dire che, sulla base della esperienza maturata sul campo, mi sento coinvolto in tutte le definizioni sopra citate.
Posso anzi affermare che non esiste (almeno questo vale per me) un ruolo predefinito e la capacità del risk manager consulente è forse anche quella di adattarsi, avendone le competenze, alle diverse esigenze aziendali. Ad esempio, in alcune realtà mi occupo degli aspetti che riguardano la salute e la sicurezza del lavoro così come di quelli ambientali, tutte attività che rientrano nella definizione di prevenzione dei danni (Loss Prevention) e che per me rappresentano i servizi con più alto valore aggiunto per le aziende. In altre, invece, gli aspetti descritti dal collega Filippo Bonazzi rappresentano l’attività prevalente.
In tutti i casi, l’importante è agire con una elevata competenza ed una “rigorosa applicazione dei principi etici e deontologici“.
E tu che hai avuto la pazienza di leggere questo lungo post, che ne pensi?
L’etica, soprattutto in tempo di crisi
Traggo questa notizia da Assinews dove si legge che per l’esercizio 2008 al presidente delle Assicurazioni Generali Antoine Bernheim spettano emolumenti per un totale di 3,44 milioni di euro.
A ciascuno dei due amministratori delegati, Sergio Balbinot e Giovanni Perissinotto, spettano invece rispettivamente 2,59 e 2,45 milioni di euro.
Non so perché, ma leggendo queste cifre c’è qualcosa che non mi torna e che ha a che fare con l’etica.
Nuovo direttivo ANRA: cosa cambierà?
Aggiornamento: QUI c’era un’immagine…
Lo scorso 24 marzo si è svolta l’assemblea annuale di ANRA nel corso della quale si è svolta l’elezione del direttivo per il prossimo triennio la cui presidenza è stata affidata al collega risk manager di Telecom, Paolo Rubini.
In attesa di approfondire meglio la composizione del direttivo e di conoscere quale sia il programma che intende portare avanti, dato che, come dice qualche collega, “l’associazione siamo noi“, cioè tutti noi soci, ho lanciato un sondaggio (vedi a lato) affinché ciascun socio ANRA possa esprimere la propria idea della vita associativa.
E allora, dato che l’associazione siamo noi, fatevi sentire cari colleghi, mettete mano al mouse ed esprimete la vostra preferenza.
E’ solo un serbatoio…
In provincia di Pordenone (dalle mie parti) un caccia F-16 americano, in difficoltà subito dopo il decollo dalla base Usa Air Force di Aviano, è stato costretto a sganciare i serbatoi di carburante in volo. Uno dei serbatoi, del peso stimato di circa mezza tonnellata è finito sul ciglio di una strada tra sue abitazioni, mentre l’altro è caduto sul tetto di un garage di una casa colonica a circa 500 metri di distanza dal primo, sfondandolo e distruggendo un utilitaria parcheggiata al suo interno. Non c’è stato nessun ferito. Il caccia Usa era decollato aveva avuto problemi al motore subito dopo il decollo. Per alleggerire il velivolo e far così rientro all’aeroporto, il pilota ha attuato le procedure di emergenza che prevedono il distacco dei serbatoi. L’F16 è quindi riuscito a fare rientro alla base, atterrando ad Aviano alle 15.10 (fonte Il Gazzettino del 24 marzo 2009).
Questo evento da un lato mi fa pensare al rischio che corriamo ogni giorno per il solo fatto di avere la base Usaf così vicino a noi e di questi piloti che bellamente non aspettano due volte a mollare sulle nostre teste oggetti vari (manca solo che buttino anche le lattine dalla carlinga), e dall’altro alla garanzia che si trova in svariate polizze incendio che recita: “caduta di meteoriti, aeromobili, satelliti artificiali loro parti o cose da essi trasportate“ e a quante volte ho sentito persone irridere tale garanzia e dire: “ma cosa vuole che cada“.
Oggi un serbatoio, domani, forse, un satellite.
Diario di un risk manager a Verona: capitolo uno
Il primo capitolo di questo racconto sulla mia esperienza al corso sull’Enterprise Risk Management organizzato dall’Università di Verona, narra della lezione n. 12 e precisamente quella di sabato 14 marzo 2009, tenuta dal prof. Francesco Rossi il cui titolo era “Modelli matematici per il Risk Management“. Era una bella mattina di sole, l’aria era fresca ed il cielo terso: tutto stava ad indicare come quella non era la mattina più adatta per spararsi 200 km in auto solo per chiudersi poi in un’aula dal microclima decisamente no friendly. Chiarisco subito che, sia in questo caso, come nei prossimi, non entrerò nel merito di giudizi sul docente in quanto tale e come persona: quelli appartengono alla mia sfera personale più intima.
Vorrei, invece, stare, come si dice, “sul pezzo“ cioè sui fatti oggettivi ed obiettivamente constatabili che, in questo caso, sono rappresentati dagli elementi trattati nel corso della lezione (e di ogni lezione) la quale, seppure con alcune svisate, è stata incentrata in una pura elencazione di metodi come la Distribuzione di Poisson, la Normale e quella Log-normale, la stima della “perdita aggregata massima probabile annualmente” (M.P. Y.), la Tecnica di Chebyshev, il Metodo Allen – Duvall, e simili. Mentre ascolto la lezione, mi ricordo di aver letto un libro dal titolo “Risk Mangement: strategie e processi decisionali nella gestione dei rischi puri d’impresa“, scritto da V. Urciuoli e G. Crenca nel 1989, cioè vent’anni or sono, nel quale vengono riportate tutte le tecniche qui citate e mi ricordo che già allora le ritenevo un puro esercizio teorico, scarsamente applicabili in una certa realtà aziendale.
Una volta rientrato a casa, sono andato a riprendere uno dei miei testi preferiti sul quale ho basato la mia formazione di risk manager, intitolato “Risk Management - Strumenti e politiche per la gestione dei rischi puri dell’impresa“, edito da Egea, curato da Giancarlo Forestieri nel 1996, un libro che mi fu tra le altre cose molto utile proprio per applicare, con metodi chiari e semplici, la stima delle perdite potenziali. Sfoglio le pagine e ritrovo quanto scriveva Giuseppe P. Corvino nel cap. 4, pag. 79, a proposito delle tecniche e dei metodi citati durante la lezione.
Scrive Corvino: “Tali tecniche, traevano la loro ragion d’essere dalla eccessiva onerosità e complessità che fino a poco tempo fa ha caratterizzato il ricorso a processi di simulazione col metodo Monte Carlo. Oggi, infatti, (eravamo nel 1996, ndr) l’evoluzione dei sistemi informatici rende sufficientemente privo di significato il loro utilizzo, sia perché il processo di simulazione può avvenire su qualsiasi personal computer con costi irrisori, sia perché i risultati ottenibili dalla simulazione sono decisamente più attendibili dei risultati ottenibili con le tecniche alternative su citate“.
Ho un dubbio: se queste cose venivano scritte già nel 1996, non è che abbiamo di fatto perso un’intera mattinata a parlare di metodi, non solo poco applicabili, ma che già 13 o più anni or sono risultavano superati?
Note a margine:
1. l’incontro si è tenuto nell’aula di informatica, forse perché dovevamo utilizzare qualche programma di simulazione. Di fatto, i pc sono rimasti spenti o comunque inutilizzati e i dati degli esempi ce li siamo scritti (non si capisce poi con quale finalità) a mano come degli emanuensi. Eravamo all’università, nel 2009, in piena era tecnologica e del web 2.0.
2. questo episodio apre considerazioni più in generale sull’intera organizzazione del corso di cui dirò meglio nel seguito di questo breve diario.
Diario di un risk manager a Verona
Lo scorso febbraio, mi sono iscritto al corso sull’Enterprise Risk Management in svolgimento presso l’Università di Verona fino al prossimo mese di maggio e ho intenzione di farti partecipe di questa esperienza raccontando le mie sensazioni, i docenti, gli incontri e altro ancora. Suddividerò i vari racconti uno per ogni lezione (almeno a quelle a cui ho partecipato e parteciperò).
Prossimamente, allora passa di qua per il primo racconto.
Io twitto, tu twitti?
Voglio ancora richiamare, e in questo modo incentivare, l’uso di nuovi mezzi di comunicazione come Twitter.
Negli USA, ad esempio, leggo che una vera e propria Twitter-mania è esplosa anche tra i politici che lo fanno anche dal Congresso.
E’ un modo fantastico per essere connessi e per informare ed informarsi, ma ancora poco utilizzato da persone che lo potrebbero usare anche professionalmente.
E tu, lo usi?
ANRA 2009-2011: RINNOVO CARICHE CONSIGLIO DIRETTIVO
In merito al tema del rinnovo delle cariche del consiglio di ANRA, ricevo questa lettera dal collega e attuale membro del consiglio direttivo, il risk manager Maurizio Micale, che volentieri pubblico in questo che, come ho detto sin dall’inizio, vuole essere uno spazio a disposizione di chi vuole confrontarsi e proporre idee a beneficio di tutti. Grazie, dunque, a Maurizio.
“Nelle scorse settimane il presidente uscente di ANRA nell’annunciare la convocazione della prossima assemblea generale, prevista per il prossimo 24 marzo a Milano, ha trasmesso contestualmente un modulo per presentare le candidature a consigliere membro del prossimo consiglio direttivo. Infatti, in quella occasione saranno rinnovate tutte le cariche per il prossimo triennio 2009-2011.
Inoltre, il 13 febbraio u.s., il Consiglio Direttivo in carica ha approvato all’unanimità la proposta di ridurre il numero attuale dei consiglieri da 13 a 9 per ragioni di maggiore efficienza e efficacia riguardo alla gestione strategica e operativa. A differenza di quanto avvenuto fino ad oggi, i nuovi consiglieri eletti riceveranno deleghe specifiche da parte del nuovo presidente – che sarà eletto dal nuovo consiglio direttivo – relativamente alla gestione dell’associazione. Ovviamente tale proposta sarà sottoposta all’approvazione dell’assemblea lo stesso giorno.
Come consigliere uscente e dopo la mia prima esperienza, mi sento di incoraggiare e invitare chiunque – socio con diritto di voto e in regola con la quota associativa 2009, ovvero che non ha inviato comunicazione di disdetta – abbia un positivo interesse ad animare e partecipare alle attività dell’associazione a presentare la propria candidatura come futuro membro del prossimo comitato direttivo. Inoltre, qualora sia approvata la riduzione a 9 dei membri del consiglio direttivo, tutte le candidature potrebbero essere interessanti per poter costituire i comitati tecnici focalizzati su tematiche di interesse specifico come il risk management, la mappatura dei rischi, dei rami assicurativi commerciali, la supply-chain, la business continuity, ecc., al fine di fornire un supporto tecnico competente e più diffuso.
La nostra associazione nel prossimo triennio ha sicuramente bisogno di rinnovare la propria vitalità e di mobilitare sul piano nazionale le migliori competenze, professionalità ed energie per migliorare e sviluppare ulteriormente i servizi attualmente resi, ma soprattutto per proporne di nuovi e innovare il sistema del nostro associazionismo creando nuove e positive occasioni di scambio anche attraverso i mezzi offerti dalla rete e la comunicazione peer-to-peer. Solo attraverso un innovativo, efficiente ed efficace sistema di associazionismo si potrà da un lato ampliare la base dei soci, attirando nuove professionalità e competenze, e dall’altro migliorare efficientemente i costi della gestione operativa liberando così nuove risorse per meglio rispondere alle esigenze e alle richieste dei soci.
Allora, vi invito personalmente a partecipare, più numerosi del solito, all’assemblea generale del prossimo 24 marzo e a non esitare a presentare la vostra spontanea candidatura attraverso il modulo , in allegato, da trasmettere a “anra@betam.it“ e “info@anra.it“ entro il 17 marzo p.v.“
Cordialmente,
Maurizio Micale
Ma esporto solo 50.000-100.000 euro negli Stati Uniti, non c’è rischio…

Se devi gestire i rischi della vendita dei prodotti nel mercato USA, ti consiglio la lettura del libro “La RC Prodotti per le esportazioni in USA e la sua assicurazione“ della Kölnische Rück una, o forse la più antica, compagnia di riassicurazione del mondo.
Qui, invece, propongo alcune riflessioni così come le ho lette dall’articolo di R. Tacconi, direttore Casualty della HDI-Gerling per l’Italia (su Assinews n. 187), il quale afferma che quando viene fissato un obiettivo di esportazione in un qualsiasi Paese, ma specialmente negli USA (io direi anche Canada e Messico), bisogna tener conto che il massimo rischio di danni si corre quando si pensa ad un’esportazione spot, a un “proviamo e vediamo se il prodotto trova mercato“.
Molti sono gli aspetti di cui si dovrebbe tenere conto prima di iniziare un’esportazione negli Stati Uniti, ma voglio porre l’attenzione almeno sull’aspetto, troppe volte trascurato, delle istruzioni per l’uso.
Le istruzioni per l’uso
1) Le istruzioni debbono essere nella/e lingua/e el Paese in cui il prodotto viene commercializzato..
2) Le istruzioni debbono essere redatte secondo un linguaggio comprensibile a tutti i destinatari del prodotto, ivi compresi gli analfabeti (diretti o di ritorno).
3) Quindi, in particolare se vendete negli Stati Uniti, i principi da rispettare, sono:
- a) pensate al vostro cliente come ad un bambino di 3 anni con una spiccata tendenza a mettersi nei guai
- b) quale che sia il vostro prodotto, esso sarà acquistato da un agricoltore del Minnesota. L’agricolotore del Minnesota nasce per farsi del male.
4) Indicate con chiarezza per quali usi è venduto il vostro prodotto, ribadendo che il vostro prodotto può essere venduto solo per questi scopi.
5) Indicate con chiarezza le situazioni di possibile pericolo, che debbono essere evitate.
6) Fate ricorso ad immagini disegnate.
7) Se si tratta di utensili e macchinari, fate in modo che le avvertenze principali siano stampate sul prodotto e siano comprensibili con immediatezza.
7) Nelle etichette dei prodotti debbono essere sempre contenute tutte le indicazioni necessarie e certamente almeno quelle dettate dalla legge.
Il costo di un buon consulente per le traduzioni, che non devono essere una semplice traduzione dall’italiano, sarà ripagato dai danni che si evitano.
Per le imprese, dunque, è fondamentale conoscere la mentalità dei consumatori nei vari mercati (nazionale ed esteri) cui è destinato il prodotto. Facciamo un esempio.
Un bambino gioca con una scala pieghevole, nonostante gli avvisi della madre ed alla fine si fa male.
- La mamma messicana lo consola
- La mamma belga lo sgrida
- la mamma tedesca lo sgrida e poi fa causa al produttore della sedia, essendo assicurata per la difesa legale
- La mamma statunitense lo porta dallo psicanalista e poi fa causa al venditore della sedia, al produttore della sedia, al produttore delle viti, al produttore delle componenti in legno e a chi ha piantato gli alberi nella foresta... E costringe anche voi ad andare dallo psicanalista.
Concludo con questo esempio.
Negli USA, di norma, le confezioni dei fiammiferi date in omaggio nei bar, hotel e ristoranti, hanno la fascia per lo sfregamento del fiammifero sulla parte esterna della confezione e non sulla parte interna, alla base dei fiammiferi, come avviene, in genere, in Europa, e ciò proprio per limitare al massimo il rischio che gli altri fiammiferi prendano fuoco.
Quindi, di fronte alla domanda: “Ma se esporto solo 50.000-100.000 euro negli Stati Uniti, che rischio vuoi che ci sia“?, un buon risk manager dovrebbe sconsigliare l’azienda ad affrontare questa avventura per così poco, se prima non ci si è adeguatamente attrezzati per fare fronte a tutti gli impegni che tale scelta comporta.
Buona gestione del rischio, allora.











