Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

Archivio per febbraio, 2010

Polizza più cara per chi usa Facebook o Twitter?

Immagine tratta da Pleaserobme.com

Utilizzando molto la rete e gli strumenti del web 2.0 mi ha particolarmente attirato, per non dire colpito, questo articolo “Confused.com predicts insurance hikes for social media user“, del quale non potevo non parlarne.

In breve, si sostiene che gli assicuratori potrebbero iniziare molto presto a far pagare agli utenti di social network (o meglio dei social media) come Facebook, Twitter o MySpace, premi più cari per le polizze contro i furti in casa. Lo rivela il comparatore online “Confused.com”, spiegando che gli utenti dei social network si rendono più vulnerabili a furti ed episodi criminosi in genere, in quanto rivelano sulla rete web le loro abitudini e i loro spostamenti.

“Non sarei sorpreso – ha detto Darren Black, responsabile dell’area “home insurance” di Confused.com – di vedere che, mentre i social network crescono in popolarità e aumentano le diverse funzionalità, gli assicuratori inizino a tener conto nella valutazione del pricing delle coperture, il grado di informazioni personali immessi in rete che si traducono in un incremento del rischio individuale. Gli assicuratori hanno già iniziato a verificare, sulla base dei sinistri, il grado di informazioni immesse online dal danneggiato”.

“Le organizzazioni criminali – conclude Darren Black – stanno diventando sempre più sofisticate nella fase di analisi e raccolta delle informazioni utilizzando anche Google earth e street view per pianificare i loro furti con precisione militare”.

La tematica sicurezza e polizza furto viene messa in risalto ancor più dal sito Pleaserobme.com, (Please Rob Me, ovvero derubami per cortesia) che analizza i messaggi degli utenti Twitter che informano quando si è lontani dalle proprie abitazioni. L’utente che pubblica, ad esempio, un tweet dicendo “Mi trovo al centro commerciale”, espone se stesso a diversi rischi, primo fra tutti il lasciar un “biglietto da visita” virtuale per eventuali ladri, che verrebbero informati di una casa pronta “da essere svaligiata”.

Considerazione: a parte cogliere lo stimolo che anche le nuove tecnologie presentano nuovi rischi che devono entrare nel bagaglio di un risk manager, come sempre bisogna analizzare il problema e magari dire che, basterebbe applicare un sano buon senso (spesso il Risk Management non è altro che buon senso applicato) e non fornire tali informazioni in rete anche grazie ai filtri di privacy che è possibile impostare sui social media che il problema e, dunque, il rischio si ridurrebbe e di molto. Oppure, come mi scrive un amico, non sarà solo l’ennesimo tentativo, anche elegante e sofisticato, messo in atto dal mercato assicurativo per giusitificare incrementi di premio?

E tu, usi i social media o vorresti usarli? Vorresti dire la tua?

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Un premio alle imprese che gestiscono i rischi

Qualche tempo fa su Assinews avevo letto che il broker assicurativo Assiteca ha istituito un premio su La Gestione del rischio nelle imprese italiane una iniziativa che, come riportato da Assinews, riveste un aspetto di unicità nel panorama nazionale, non essendo ad oggi mai stato proposto un premio in Italia sulla gestione del rischio.

Quest’anno l’approfondimento tratterà un tema strategico e di particolare attualità legato anche alla responsabilità dell’impresa: Prevenzione, Rischi e Responsabilità in tema di sicurezza del Lavoro.

Mi pare positivo il fatto che, anche chi si occupa solo di intermediazione assicurativa come i brokers, ritenga importante dedicare attenzione ad uno degli aspetti cruciali del rischio in azienda e cioè quello della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e della prevenzione in generale. Come risk manager me ne sto occupando da tempo tanto che la gestione assicurativa (seppure importante) rappresenta oramai una minima parte di tutto un lavoro fatto sul campo fianco a fianco con chi si occupa di sicurezza e, alle volte, operando direttamente pur senza voler diventare un consulente per gli aspetti della sicurezza.

Ritengo, invece, che occuparmi in maniera diretta di Health & Safety (e questo rappresenta un elemento di novità che non vedo ancora applicato), mi dia la possibilità di agire direttamente sui rischi in un processo che, con la logica del Risk Management, vede passare la sicurezza del lavoro da un centro di costo ad un centro di profitto.

Infatti, investire risorse per cercare di evitare che accadano sinistri, non significa forse agire per la salvaguardia del valore di un’azienda?

Mi chiedo, infine, se il campione di aziende prescelto rientrerà tra i clienti dello stesso broker, oppure si cercheranno anche aziende sul territorio che si occupano di gestione del rischio, magari all’aiuto di qualche risk manager free lance, di solito inviso proprio al mercato dell’intermediazione: vedremo!

Gli errori dei progettisti alle Olimpiadi di Vancouver

Oggi voglio parlare della drammatica morte del georgiano Nodar Kumaritashvili di 21 anni, avvenuta a Vancouver ieri, 12 febbraio, durante le prove dello slittino nella pista di Whistlerin in prossimità dell’apertura dei giochi olimpici invernali del 2010. L’atleta, dopo avere perso il controllo dello slittino, è volato fuori dalla pista e ha urtato violentemente un palo in acciaio che limitava la pista.

Le immagini di questa sequenza (dalla 3 alla 6) mettono in evidenza i pericoli insiti nella pista del Whistler Sliding Center di Vancouver. I piloni sulla destra del tracciato non sono protetti né da un muro (che comincia molto più avanti) né da gomma piuma o altro tipo di protezione mobile. Il muretto sembra troppo basso e, sulla sinistra della pista presenta una sporgenza ad angolo sicuramente pericolosa: chi ha progettato una cosa simile?

Mentre i rischi appaiono evidenti anche ai non addetti ai lavori, la Federazione internazionale di slittino cosa fa? Rilascia una dichiarazione secondo la quale il georgiano sarebbe stato vittima di un suo grave errore perché ha cercato di correggere la caduta in modo troppo brusco, venendo così sbalzato in aria a 144 km orari morendo nell’impatto, una morte che però, secondo il giornalista, “sarebbe stata una fatalità“: ma quale fatalità?

Perché allora, dopo l’incidente, si è provveduto ad attuare degli interventi che definirei di PROTEZIONE come quelli di alzare la paratia di protezione finale e di coprire i pali di ferro che sorreggono la traiettoria finale (vedi qui) contro uno dei quali si è schiantato Kumariteshvili?

Ma soprattutto, se il tracciato è così sicuro, come mai le gare si faranno su un tracciato più corto e con meno pendenza e, dunque, meno velocità, attuando di fatto degli interventi di PREVENZIONE?

In conclusione, mi chiedo e lo chiedo anche a te che leggi: se la struttura che ospita il tracciato fosse stata progettata seguendo la logica di Risk Management del “What if“, secondo la quale bisogna chiedersi sempre “cosa accadrebbe se“, non si sarebbe forse evitata la morte di questa giovane vita ancorché atleta?

Dopo il caso Toyota ora tocca anche a Peugeot Citroen

Quali riflessioni trarre dal recente storico (per la dimensione) caso di Recall (richiamo dei prodotti) in Toyota che ha, da prima richiamato 2,3 milioni di veicoli in USA e poi 1,8 milioni di veicoli in Europa, fermando la produzione di 8 modelli di macchina presso i loro stabilimenti negli Stati Uniti, compresi i loro fornitori a causa di un problema al pedale dell’acceleratore o al tappetino dove si incastra il pedale dell’acceleratore?

Appena ho letto la notizia dagli organi di stampa italiana qui e qui, pensando da risk manager, ho lanciato alcuni tweet su Twitter per dire che questo fatto avrà sicuramente un impatto non solo finanziario, ma anche sulla reputazione di un’azienda come Toyota, che ha fatto da precursore alla filosofia Lean manufacturing e delle procedure sul miglioramento continuo.

Un amico mi ha però invitato a leggere questo post Toyota Recall The Penalty of Leadership e ad interpretare i fatti accaduti con un approccio positivo per la capacità di reagire di Toyota in modo organizzato (immagino che avranno piani di Crisis Management) così da consentire alla casa automobilistica di trasformare un momento negativo in un rafforzamento della propria qualità intesa come un’elevata attenzione verso la sicurezza del cliente.

E’ di oggi, invece, l’altra notizia che il medesimo difetto al pedale dell’acceleratore che si può incastrare nel tappetino e che messo in crisi la Toyota, ha coinvolto anche il gruppo automobilistico francese Psa Peugeot Citroen che ritirerà dal mercato 97.000 vetture in Europa (Peugeot 107 e Citroen C1).

Vedremo come saprà reagire questo gruppo automobilistico e magari potremo confrontare i diversi modi rispetto alla Toyota.

La mia riflessione a questo punto è però la seguente:

  1. chi è il produttore del pedale dell’acceleratore?
  2. qual è la sua dimensione e la sua tenuta finanziaria?
  3. come mai un tale difetto ha potuto replicarsi in tutti questi lotti?
  4. qual è stata la “falla“ nel processo di qualità sia del produttore che delle aziende automobilistiche?

Chi vuole dire la sua?

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