Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

Archivio per rischio

Intervista al rischio

Chi si occupa, come me, di questo lavoro, sa che è un tema molto sottostimato quello collegato alla probabilità che si verifichi un evento imprevisto a danno di cose o persone, la cui incidenza può variare sino a gravi conseguenze. Ci si sofferma poco sulla domanda: ma noi conosciamo a fondo il rischio, o meglio i rischi da fronteggiare?

Per capire che cosa significa rischio, gli amici di The White Swan lo hanno trovato e deciso di “intervistarlo“: il “rischio“, dunque, si racconta spiegando la sua natura mutevole ed imprevedibile…

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Misurare la propensione al rischio

Dopo averlo incrociato in rete, ho conosciuto personalmente Fabio Franzolin, un giovane ingegnere gestionale che, assieme ad un socio, sta cercando di imboccare l’irta strada del risk manager consulente e gli auguro di riuscirci. Conoscendo la mia passione per la rete, mi ha inviato un suo contributo nel quale propone una semplice, ma efficace riflessione su come misurare la propensione al rischio del Top Management dell’impresa quando si tratta di definire un livello di autoassicurazione (franchigia o scoperto).

Ecco ciò che scrive Fabio.

“In fase di trasferimento assicurativo bisogna quantificare l’accettazione del rischio con franchigie frontali. Di solito si introducono cifre pulite, piene, multipli di 5.000 € per intenderci. Tuttavia sono abbastanza convinto che non sia il metodo giusto.

Un metodo che utilizzo prevede 3 domande per il top management:
1. Qual è la cifra che l’azienda può permettersi di spendere in caso di un imprevisto improvviso?
2. Qual è l’importo al di sopra del quale si deve ricorrere per forza ad un finanziamento?
3. Qual è il deposito nei conti correnti della società al 31 dicembre? Dovrà subire forti variazioni?

Le domande incidono in modo diverso nella definizione della franchigia frontale e, naturalmente, la prima domanda ha il peso maggiore.

Ci sono altre considerazioni e critiche che si possono fare al riguardo: piuttosto di chiedere quanto l’azienda è disposta a spendere in caso di sinistro, si potrebbe chiedere quanto è disposta a perdere annualmente negli eventuali sinistri, oppure si potrebbero aggiungere delle domande per poter definire meglio la cifra di accettazione del rischio.“

Quello proposto da Fabio mi pare un buon inizio al quale aggiungo quello che sono solito utilizzare e che è basato sull’analisi dei dati raccolti, soprattutto se si è in possesso una storia sui sinistri.

Per prima cosa provvedo a chiedere all’assicuratore un progetto che prevede l’inserimento di alcune franchigie frontali (determinate utilizzando magari anche il metodo su esposto) a carico dell’Azienda, ciò per valutare se sia conveniente per l’Azienda  farsi carico dei sinistri fino all’importo della franchigia a fronte di un contenimento dei costi assicurativi (il premio di polizza).

Lo schema adottato è il seguente:

A) conoscere innanzitutto il valore complessivo dei beni da assicurare;
B) individuare, poi, i costi  assicurativi applicando  alla somma prima determinata le quotazioni assicurative per le diverse franchigie richieste;
C) utilizzare, se disponibile,  la “storia sinistri” (non inferiore a 5 anni);
D) per ogni livello di franchigia prima ipotizzato (punto B):

1. sommare al costo assicurativo di cui al punto B) il totale delle effettive ritenzioni ipoteticamente subite per ogni sinistro: si otterrà, in tal modo, un costo totale per ogni franchigia;

2. determinare il totale dei sinistri liquidati nel periodo di tempo esaminato (al netto, quindi, delle franchigie ipotizzate);

3. confrontare il costo totale per franchigia di cui al punto 1. con il totale dei sinistri di cui al punto 2.

La franchigia ottimale sarà quella per la quale si realizza l’uguaglianza fra costo totale e risarcimento ipoteticamente ottenuto.

Tutto chiaro? Qualcuno ha qualche altro suggerimento?

Dubbi: la clausola “claims made” è nulla?

00000q07.gifDopo la nota sentenza della Cassazione civile, sez. III, n. 5624 del 15 marzo 2005, che ha asserito dubbi di vessatorietà della stessa, torno sul tema della clausola claims made (per chi volesse allego anche una nota dell’ANIA scaricabile in formato .doc) in seguito della sentenza del Tribunale di Roma n. 16975 del 1 agosto 2006 che asserisce che la clausola claims made è nulla ex. art. 1895 c.c. in quanto rappresenta l’assicurazione di un “rischio putativo“ (supposed risk). Per rischio putativo si intende “un rischio mai esistito o già cessato o che ha dato origine ad un sinistro verificatosi anteriormente alla stipulazione del contratto assicurativo che, in tali eventualità, è nullo“. Ma non avevamo imparato che con la claims made il sinistro è la “richiesta di risarcimento del terzo“? Pare non sia più così perché per “rischi già verificatisi“ debbono intendersi non già solo eventi dannosi materialmente avvenuti prima della stipula del contratto, ma anche quelli i cui presupposti causali si siano già verificati al momento della stipula della polizza. Pertanto, sebbene l’assicurato patisca materialmente il pregiudizio quando il terzo danneggiato esige il risarcimento, non v’è dubbio che il “rischio“ dedotto nel contratto è rappresentato non dalla richiesta di risarcimento del terzo, ma dalla commissione di illeciti colposi da parte dell’assicurato.

Devo dire che, nel caso oggetto della sentenza, si trattava di una claims made con una retroattività di tre anni. Non è tuttavia chiaro se, in assenza della retroattività, la clausola sarebbe stata ritenuta valida. Fin qui il mio contributo e non vi nego i miei tanti dubbi in proposito. E voi cosa ne pensate? Volete condividere la vostra esperienza? Ed infine, qual’è la posizione della stessa ANRA in proposito? Inviate i vostri commenti o scrivetemi un’e_mail se volte pubblicare i vostri post.

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