Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

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Allianz Risk Barometer: sul podio per il 2018, interruzione di attività e rischi informatici

Come dicevo, dopo la mappa sui rischi del viaggio e prima di pubblicare altre mappe, vediamo cosa prevede l’Allianz Risk Barometer 2018 realizzato da Allianz Global Corporate & Specialty (AGCS) che avevo avuto modo di presentare, ancora fresco di stampa, lo scorso 19 gennaio ad un incontro sulla internazionalizzazione delle imprese.

Lo studio, basato sull’analisi di ben 1.911 esperti di rischio provenienti da 80 Paesi, ci dice i principali rischi aziendali a livello globale sono rappresentati dalla Interruzione di attività (n°1 con il 42% delle risposte / n°1 nel 2017) e dai Rischi informatici (n°2 con il 40% delle risposte, in aumento rispetto al 3° posto nel 2017).

Anche le maggiori perdite dovute alle Catastrofi naturali (n°3 con il 30% delle risposte, in aumento rispetto al 4° posto del 2017) sono una preoccupazione crescente per le aziende, con il 2017 che si è distinto come anno peggiore; questo ha anche fatto sì che il Cambiamento climatico/aumentata instabilità metereologica (n°10) si collochi per la prima volta tra i primi 10 rischi più importanti. Mentre, l’impatto del rischio delle Nuove tecnologie (n°7 nel 2018 / n°10 nel 2017) è uno di quelli in maggior crescita, in quanto le aziende riconoscono che innovazioni come l’intelligenza artificiale o la mobilità autonoma potrebbero creare in futuro nuove responsabilità e perdite su larga scala, così come le opportunità. Al contrario, le imprese sono meno preoccupate degli Sviluppi del mercato (n°4 nel 2018 / n°2 nel 2017) rispetto a 12 mesi fa.

Anche in Italia il rischio più temuto dalle aziende si conferma l’Interruzione di attività, indicato dal 51% (in crescita rispetto al 36% della precedente rilevazione). Al secondo posto troviamo  comunque i Rischi informatici, che con il 38% guadagnano ben due posizioni, seguiti dalle Catastrofi naturali (30%). Il Danno reputazionale o d’immagine, che passa dalla 10a alla 4a posizione nel 2018, è invece il rischio in maggior crescita. Aggiornamento: a proposito dei rischi informatici leggi “Il salto quantico del cybercrime nel 2017“.

In ogni caso, l’intero commento di presentazione del documento così come altri dati, potrete leggerli andando direttamente da qui.

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Mappa nazionale del rischio sismico II

Carta_sisma_Italia_2012

Dopo il post dell’anno scorso scritto sempre in questo periodo dell’anno, scrivo questo come aggiornamento della Mappa di classificazione sismica del territorio italiano aggiornata all’anno 2012 presa da qui, che mi pare opportuno pubblicare anche per chi conosce solo la classificazione dei comuni italiani a rischio sismico edita dall’ANIA (vedi Handbook incendio, un testo basilare per chi si occupa dei rischi assicurativi), classificazione che però deve esser aggiornata con quella qui proposta. 

Sempre nel post dello scorso anno invitavo chi vive in regioni a rischio sismico, a chiedersi qual è il grado di resistenza a tali eventi naturali degli edifici nei quali viviamo, lavoriamo, degli ospedali o delle scuole dove mandiamo i nostri figli (ho avuto e sto avendo un’esperienza diretta in tal senso) e così via, diventando critici osservatori di questi aspetti, diciamo un pò un risk manager di noi stessi in relazione ai pericoli e ai rischi che ci possono coinvolgere.

Noi, come risk manager, dovremmo diffondere tali informazioni: lo facciamo? Lo fai?

Mappa nazionale del rischio sismico

Chiudo il mese di gennaio, che in questo ultimo scorcio si preannuncia molto freddo (siamo d’altronde nel periodo conosciuto come i “Giorni della merla“), con un post dedicato al rischio sismico.

La recente violente scossa di Magnitudo 5.4 della scala Richter, infatti, ci ricorda che il Terremoto è un rischio con il quale alcune zone d’Italia più di altre devono fare i conti.

E quindi, un gruppo che seguo su Linkedin, mi ha stimolato nel produrre la Mappa di classificazione sismica del territorio italiano aggiornata al 2010, presa da qui, che mi pare opportuno pubblicare anche per chi conosce solo la classificazione dei comuni italiani a rischio sismico edita dall’ANIA (vedi Handbook incendio, un testo basilare per chi si occupa anche dei rischi assicurativi), classificazione che però deve esser aggiornata con quella qui proposta.

Se vivete, come il tenutario di questo blog, in regioni a rischio sismico, chiediamoci se le nostre case sono costruite nel rispetto delle leggi antisismiche, ma anche qual è il grado di resistenza a tali eventi naturali degli edifici nei quali lavoriamo, degli ospedali o delle scuole dove mandiamo i nostri figli e così via, diventando critici osservatori di questi aspetti, diciamo un pò un risk manager di noi stessi in relazione ai pericoli e ai rischi che ci possono coinvolgere.

Per la lettura della mappa, infine, è utile ricordare che:

Zona 1 – E’ la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti.
Zona 2 – Nei comuni inseriti in questa zona possono verificarsi terremoti abbastanza forti.
Zona 3 – I Comuni interessati in questa zona possono essere soggetti a scuotimenti modesti.
Zona 4 – E’ la meno pericolosa. Nei comuni inseriti in questa zona le possibilità di danni sismici sono basse.

Cosa cambierà, anche nel mondo assicurativo, con la sentenza ThyssenKrupp?

Siamo dunque arrivati alla sentenza Tyssen in seguito al rogo della Thyssenkrupp di Torino, che provocò la morte di  sette operai dell’acciaieria che lavoravano alla linea 5 la notte del 6 dicembre 2007. Qualcuno l’ha definita “una svolta epocale”, in quanto non era mai successo che per una vicenda di morti sul lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale.

Herald Espenhahn, amministratore delegato per l’Italia della multinazionale, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione, mentre i consiglieri delegati Marco Pucci e Gerald Priegnitz, il direttore dello stabilimento torinese Giuseppe Salerno e il responsabile del servizio prevenzione rischi Cosimo Cafueri sono stati condannati a 13 anni e mezzo di reclusione. Per Daniele Moroni, dirigente con competenze nella pianificazione degli investimenti in materia di sicurezza antincendio, la pena comminata è stata di 10 anni e 10 mesi, anche superiore ai nove anni richiesti dall’accusa.
Non solo. La società TyssenKrupp Acciai Speciali Terni S.p.A., per l’applicazione di quanto previsto dal Decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità amministrativa, è stata condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, nonché all’esclusione da contributi e sovvenzioni pubbliche per sei mesi, al divieto di pubblicizzare i prodotti sempre per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali. Sanzioni che sommate ai risarcimenti alle parti civili, ai familiari delle vittime e alle spese legali porta il conto dell’acciaieria a superare i 20 milioni di euro.

Fatto il punto sulla sentenza (per la quale non mi sento ancora di esprimere un parere), vorrei fare qualche ragionamento sul più complesso tema della gestione dei rischi e, in particolare, sul riflesso che una condanna per dolo eventuale può avere sulle polizze assicurative.

Una delle testimonianze chiave è stata quella di Andrea Brizzi – ingegnere di Axa Assicurazioni – che affermò di aver trasmesso un documento con delle raccomandazioni, documento che doveva essere sottoscritto dai dirigenti della multinazionale ed essergli restituito, ma l’ing. Brizzi non ha più ricevuto niente. Pochi mesi prima del rogo il tecnico aveva ispezionato lo stabilimento per dare indicazioni sulle migliorie tecniche da apportare individuate in un sistema di rilevatori e ugelli in tutto lo stabilimento, dispositivi per il blocco di macchinari e tubi pieni di oli minerali, per un investimento di circa 80mila euro. Tali interventi erano anche finalizzati alla riduzione della franchigia che, dopo l’incendio di Krefeld, in Germania, nel 2006, da 50 milioni di euro era passata a 100 milioni di euro. Importi che vanno ricondotti all’esposizione complessiva del rischio se si pensa che si ragiona su macchinari, come quelli di «ricottura e decappaggio», che costano centinaia di milioni di euro. Secondo Brizzi sarebbe stato anche necessario “incrementare il numero degli addetti alle squadre di pronto intervento“, soprattutto degli addetti al secondo intervento ovvero, gli operai addestrati a utilizzare impianti idrici e idranti. La raccomandazione risale all’aprile 2007, otto mesi prima del rogo. E almeno un paio di mesi prima dell’annuncio dell’azienda di chiudere lo stabilimento (scelta che comportò la riorganizzazione delle mansioni e una progressiva riduzione del personale).

A questo punto, basandomi sulla mia esperienza personale mi chiedo:

  1. quante sono le aziende che, per scelta, sono ancora prive del Certificato di Prevenzione Incendi perché magari l’avvio della pratica le obbligherebbe ad effettuare tutta una serie di opere di prevenzione e, dunque, di investimenti?
  2. quante sono le aziende che, anche a fronte di una valutazione dei rischi per l’applicazione del D.Lgs. 81/2008 – Testo unico sulla sicurezza, sono a conoscenza di potenziali pericoli e rischi i cui interventi per la loro mitigazione vengono posposti per tutta una serie di ragioni (spesso economiche)?
  3. quando le informazioni sullo stato dei rischi aziendali sono desumibili dai documenti/verbali aziendali, nel caso si verifichi un incendio oppure un infortunio sul lavoro, si potrà ancora invocare l’involontarietà, la colpa (anche grave), oppure l’assicuratore cercherà invece di invocare il dolo eventuale con successiva esclusione della copertura assicurativa?
  4. si riflette abbastanza sul rischio di danno da reputazione che anche simili eventi portano con sé, oppure no?

Queste sono solo alcune delle domande che mi sto ponendo da qualche tempo e sulle quali invito tutti i colleghi risk manager, insurance manager e intermediari assicurativi a riflettere e a fare qualche pubblica considerazione sugli scenari futuri.

Le assicurazioni contro i rischi delle calamità naturali

I recenti casi di catastrofi naturali, ultimo tra tutti il terribile terremoto/maremoto accaduto in Giappone, ci pone l’obbligo di fare alcune considerazioni in relazione al nostro territorio nazionale in termini di sicurezza dello stesso e delle costruzioni che vi sono installate.

Mi tornano utili alcuni dati che ho letto in un numero di Broker del settembre-ottobre 2009 nel quale si parlava del tema oggetto di questo post e voglio dare subito alcuni numeri: in Italia, il 40 per cento della popolazione vive in aree a rischio sismico, dove il 64 per cento degli edifici non è costruito secondo le norme antisismiche (che esistono) e due milioni di persone sono esposte al rischio vulcanico.

Secondo uno studio del Cineas, nel solo decennio 1994-2004, per ripristinare i danni da alluvioni, terremoti e frane più gravi, lo Stato (quindi tutti noi) si è fatto carico di quasi 21 miliardi di euro. Soldi che non hanno minimamente inciso nella costruzione di una cultura della prevenzione e della tutela del territorio, oserei dire di una cultura di Risk Management applicata al pubblico.

In pratica, sottolinea il Cineas, oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e l’Italia è l’unico grande paese evoluto a non avere una legge sulle coperture assicurative per le catastrofi naturali così che il cittadino, da una parte non ha la garanzia di risarcimento e, dall’altra, non è responsabilizzato.

In relazione al tema dell’assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali anche delle abitazioni private è interessante sviluppare il concetto di avere franchigie legate in proporzione inversa alle misure adottate dalle Amministrazioni pubbliche locali per prevenire i danni da “catastrofe“ in modo che non vi possa essere il pensiero che i costi della non efficienza possano venire scaricare sul settore assicurativo. Sarebbe sicuramente interesse delle compagnie di assicurazione ridurre i risarcimenti futuri attraverso un’opera di monitoraggio e di incentivo all’applicazione di misure preventive idonee, con un effetto di parziale privatiazzione dei controlli, una via questa che potrebbe portare ad un maggior rispetto del territorio da parte sia degli amministratori (che sono sempre tentati di urbanizzare l’inverosimile) che dei cittadini.

E allora mi chiedo: e se le compagnie potessero intervenire anche in fase di redazione dei piani regolatori comunali o di loro varianti, fornendo indicazioni tramire i loro tecnici preparati in loss prevention o nella gestione dei sinistri (e ce ne sono), su come e dove è meglio costruire e quali opere di prevenzione andrebbero intraprese tutelare il territorio così da per evitare o almeno ridurre i danni da calamità, tutto ciò, non sarebbe semplicemente rivoluzionario?

Ma questo, in pratica, non significa forse fare del buon Risk Management?

Coincidenze: mentre stavo scrivendo questo post, il collega risk manager Enrico D’Alessandro membro dell’associazione locale “Progetto in Comune“ che ha organizzato l’evento, mi ha contattato in rete per invitarmi (peccato non poterci andare) a questo convegno che ha contribuito ad organizzare per il prossimo 5 aprile, qui la brochure, nella città di Tagliacozzo a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila proprio per fare il punto sui temi che ho appena trattato con partecipanti di tutto rilievo. Se leggi questo post e ti interessa l’argomento, contatta gli organizzatori e cerca di andare a questa interessante occasione di confronto.

La Carta del Pericolo

La Carta del Pericolo è un documentario sempre della RAI (siamo nel 1959), che fa il punto della situazione dei pericoli legati al mondo del lavoro in Italia, con alcune testimonianze e brevi ricostruzioni di alcuni dei tanti infortuni che accadevano nel 1959, quando l’incidente più comune era… (chi lo sa lo scriva nei commenti prima di vedere il video).

Il settore edile era quello dove si verificavano i maggiori infortuni (oltre un terzo del totale) e ciò era dovuto anche alla formazione professionale degli addetti. Un medico intervistato dice che “questo alto tasso di infortuni dipende dal fatto che gli operai del settore edile sono meno qualificati rispetto a quelli della fabbrica che sono, invece, più qualificati e più educati al lavoro“. Come non vederci in queste parole un richiamo alla necessità di formazione, di addestramento e di maggior consapevolezza di ciò che si fa che passa anche da una maggior cultura personale.

Un documento da cui trarre utili indicazioni per il presente anche guardando al passato.

Viaggio nell’Italia che cambia

Ti propongo questo brano di tv d’autore: siamo nel 1963 e il giornalista (Ugo_Zatterin) si interroga e ci mostra l’Italia del 1963 che stava cambiando volto: da rurale ad industriale con tutte le contraddizioni del caso.

Relativamente ai rischi, ti invito a guardare attentamente i telai e le macchine utilizzate nell’industria della tessitura e a come sono proprio cambiate anche le macchine da lavoro in termini di sicurezza.
Comunque, una bella inchiesta di quelle che vorremmo vedere anche oggi per capire meglio costa sta cambiando in questo mondo e per interpretare il futuro.

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