Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

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POLITICAL RISK MAP 2013: il rischio politico di 163 paesi nel mondo

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In riferimento a questo post dove avevo indicato sia una mappa per il rischio politico che una per il profilo di rischio legato agli atti di Terrorismo e di Violenza politica, pubblico la Political Risk Map 2013  che AON ha appena rilasciato e che ho voluto pubblicare a beneficio di chi deve avere queste informazioni utili nelle decisioni aziendali per determinarne le scelte strategiche.

Dalla relazione a corredo di questa mappa, che trovo ancora più chiara degli altri anni, si desume come nell’ultimo anno si sia verificata una diminuzione complessiva dell’esposizione al rischio dei paesi analizzati. Dopo diversi anni in cui si era registrato un generale aumento del rischio politico a causa della primavera araba, degli effetti politici della crisi finanziaria globale e delle tensioni persistenti in Asia Meridionale, nel 2013 il rischio politico è diminuito in ben 13 paesi (contro i 3 del 2012): Azerbaijan, Bahrain, Barbados, Bielorussia, Guatemala, Macedonia, Montenegro, Oman, Pakistan, Swaziland, Tailandia, Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda invece l’innalzamento del rischio politico sono 12 i paesi il cui rischio è aumentato (contro i 21 del 2012): Algeria, Camerun, Ciad, Etiopia, Madagascar, Mali, Namibia, Moldavia, Turkmenistan, Uzbekistan, Panama e Paraguay.

Questi in sintesi i trend globali emersi dall’ultima versione della mappa:

Miglioramenti ai confini d’Europa: diversi paesi dell’Asia centrale e del Caucaso (Azerbaijan ed Armenia, ad esempio), hanno visto una diminuzione del rischio politico, anche se limitata. Questo riflette uno sforzo concertato di alcuni paesi emergenti verso riforme strutturali per attrarre investimenti ed aumentare la quota di mercato. Nonostante vi sia ancora un notevole margine di miglioramento, la persistente tensione economica nell’Europa occidentale ed orientale ha aumento la pressione economica su diversi governi regionali e causato peggioramenti in Moldova e Uzbekistan (il miglioramento delle istituzioni governative mitiga l’effetto di questi rischi sugli investimenti).

Un nuovo ordine in Medio Oriente: dopo essere stati al centro di un aumento complessivo del rischio politico nel 2012, tre paesi del Medio Oriente (Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti), hanno visto una diminuzione del rischio politico interno nel 2013. Anche se potrebbe trattarsi di una situazione temporanea, questo sottolinea l’importanza di imprese forti e istituzioni finanziarie che possono attenuare gli effetti sui singoli paesi.

Scosse di assestamento in Africa occidentale Camerun, Ciad, Mali e Algeria sono stati tutti declassati, riflettendo la destabilizzazione politica di questi paesi. I flussi di armi e ribelli di là delle frontiere hanno innalzato notevolmente il rischio politico. I recenti fatti in queste regioni, indicano la possibilità di ulteriori declassamenti.

Dunque, buona lettura e che il rischio vi sia propizio.

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Il ritorno delle “contingent commission”

 Dollari

Anche questa vicenda potrebbe essere annoverata sotto la frase “Alle volte ritornano“.

E già, perché dopo aver parlato più volte su questo blog dello scandalo rappresentato dalla “commissioni contingenti“ ricevute dai broker, pratica messa al bando con la famosa crociata di Spitzer ai tempi in cui era procuratore di New York, il numero uno uscente di Willis, Joe Plumieri, ha dichiarato che molte società tollerano ancora queste pratiche di evidente conflitto di interessi e che il settore è tornato esattamente al punto in cui era prima del giro di vite.

Sotto accusa era finito il meccanismo conosciuto come “contingent commissions“, in base al quale il broker, invece di cercare di vendere il miglior prodotto per il cliente, era incoraggiato a collocare le polizze delle compagnie con le commissioni più elevate. In sostanza, il broker veniva pagato più del dovuto per piazzare i prodotti assicurativi più costosi e di compagnie amiche.

“I broker“, dice Plumieri, “ricevono un compenso se la compagnia guadagna di più e un modo per guadagnare di più è non pagare i sinistri”, mentre il broker dovrebbe fare gli interessi del cliente, che sono ovviamente che il sinistro venga indennizzato. “È un evidente conflitto, ed è legale”.

Faccio presente, che all’epoca l’inchiesta coinvolse alcuni broker tra i quali Aon, Marsh e proprio la stessa Willis che, come si legge nell’articolo, pare stia valutando la reintroduzione di tale pratica!

E tu cosa ne pensi?

Intermediario, anzi broker: un conflitto di interessi istituzionalizzato!

Il tema del conflitto di interessi è uno degli elementi che, già a partire dal 1992, mi fece maturare l’idea di uscire dal mondo del brokeraggio assicurativo (uscita avvenuta poi nel giugno 1994), in quanto sentivo che non potevo definirmi un vero consulente se non venivo remunerato direttamente dal cliente. Contestualmente a ciò maturò la scelta di intraprendere la “meno comoda“ strada del risk manager dato che, come sa chi mi segue da tempo o si occupa di questi temi, i rischi non si gestiscono solo con l’assicurazione che è la scelta (non sempre obbligata) che avviene a valle di un processo di identificazione e valutazione dei rischi.

Riprendo, dunque, il tema sempre attuale del quale ho scritto sia qui nonché in merito alla storia delle commissioni contingenti, e lo faccio riportando alcuni passaggi salienti dell’articolo (da cui ho preso in prestito anche il titolo che trovo calzante) che vi invito a leggere per intero, pubblicato da Pier Luca Ciangottini nel suo blog “Critica assicurativa“, il quale così scrive:

“Nella prassi assicurativa però si delinea un conflitto di interessi, macroscopico per non dire grande quanto una casa, che influisce sulle scelte che il broker può consigliare:

Il compenso spettante al broker infatti viene pagato dall’assicuratore. In pratica è proprio l’impresa a determinare questo compenso, impresa alla quale il broker dovrebbe essere estraneo. Ma è possibile che assicuratore e broker siano svincolati se l’uno paga l’altro?
Diffcile. Soluzioni per sanare il conflitto se ne sono prospettate e ne citiamo a memoria alcune:

  1. il broker è pagato dal cliente;
  2. l’impresa rende pubblico l’importo provvigionale che eroga al broker per l’intermediazione, così come già accade per l’auto;
  3. si stabilisce un tariffario broker.

Mentre noi scriviamo ancora su questo annoso problema, nei Paesi Bassi è già scritto che a far data dal 1° gennaio 2013 gli intermediari non potranno essere remunerati a provvigione per contratti vita, mutui, prodotti Mifid. Riceveranno un fee per la consulenza pagato direttamente dal cliente“.

E qui, sempre dallo stesso autore, un ulteriore approfondimento sul tema.

E voi cosa ne dite? Avete voglia di dire la vostra opinione?

 

2011 Political Risk Map

Attraverso Twitter mi rammentano che Aon Risk Solutions, supportata dalla Oxford Analytica, ha pubblicato anche quest’anno (mi pare sia la 18esima edizione) l’interessante Political Risk Map, una mappa del rischio di 211 paesi, dei quali vengono presi in esame i seguenti fattori di rischio: inconvertibilità della valuta, trasferimenti di denaro, scioperi, rivolte, guerre civili, attività terroristiche, default dei paesi, interferenze politiche, interruzione degli approvvigionamenti, sistemi legislativi e regolamentazioni restrittive.

Dallo studio condotto quest’anno (qui la Political Risk Map del 2010), 19 paesi di quelli analizzati hanno fatto registrare un innalzamento dei livelli di rischio: Algeria, Benin, Unione delle Comore, Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Dominica, Grenada, Haiti, Antille, St Kitts e Nevis, St Lucia, St Vincent, Trinidad, Myanmar, Islanda, Bahrain.

Cinque nuovi paesi (Madagascar, Niger, Venezuela, Kyrgyzstan e Thailandia) hanno fatto registrare un incremento del livello di rischio politico legato al pericolo di guerre, insurrezioni, colpi di stato.

Per quanto riguarda il rischio di inconvertibilità della valuta, ovvero la presenza di norme restrittive che ostacolano i pagamenti e le attività commerciali in moneta locale, i paesi che si sono aggiunti a quelli del 2010 sono: Algeria, Burkina Faso, Repubblica Centro Africana, Chad, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Madagascar, Niger, Afghanistan, Montenegro, Lituania e Mecedonia.

Undici nuovi paesi hanno fatto registrare un elevato grado di rischio legato ad attività sovversive e terroristiche, tra cui: Angola, Chad, Belize, Austria e Bahrain.

Il rischio di default è stato il principale fattore di crescita del rischio politico in paesi quali: Antigua e Barbuda, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Unione delle Comore, Dominica, Groenlandia, Antille, St Lucia, St Kitts e Nevis.

Dieci nuovi paesi, tra cui Madagascar, Malawi, Uganda, presentano un alto di livello di rischio legato a sistemi legislativi obsoleti e normative restrittive.

Infine, in tre nuovi paesi (Afghanistan, Benin e Zambia) si è verificato un modesto innalzamento del rischio legato alla nazionalizzazione e statalizzazione delle imprese.

Beverly Marsden, condirettore di Aon Risk Solutions, ha detto: “Il rischio di default dei paesi è un problema di portata globale. La critica congiuntura economica degli ultimi due anni ha peggiorato la situazione, tutti i paesi con un’economia basata sul turismo ne hanno sofferto e per la prima volta anche paesi considerati stabili, come l’Islanda, devono affrontare problemi di mancata solvibilità”.

I paesi che invece presentano una diminuzione del livello di rischio sono: Kenia, Mozambico, Ruanda, Uganda, Zambia, Panama, Uzbekistan, Indonesia, Malesia, India.
Da aggiungere che il Brasile, la Columbia e il Messico sono riusciti ad abbassare sensibilmente il livello generale di rischio geopolitico, sfruttando al meglio le relazioni commerciali internazionali.

L’Italia, per gli analisti, resta stabile con un livello di rischiosità basso (anche se credo che il nostro paese non riesca ad attrarre investimenti esteri proprio per la mancanza di una politica industriale degna di questo nome).

Tra i lettori c’è qualcuno che ha avuto esperienze con la Political Risk Map, nel senso che si è ritrovato con i dati riportati nella stessa?

Big Brokers Want Fees Reinstated: l’annosa storia delle commissioni contingenti.

Questo è il primo post dopo la morte di mio padre Cesare avvenuta lo scorso 24 marzo: è nel suo ricordo che torno a scrivere anche se la voglia, mi scuserai, è poca.

Qualche mese fa ho letto un articolo sul WSJ intitolato: “Big Brokers Want Fees Reinstated“ riportato poi anche da Business Insurance del 21–28 Dicembre 2009, qui tradotto da Assinews, nel quale si parla di nuovo delle commissioni contingenti poiché Arthur J. Gallagher & Co., il quarto broker più grande al mondo, ha convinto lo stato dell’Illinois a rivedere il divieto che proibiva agli assicuratori di versare compensazioni come incentivi. In questo modo, Gallagher & Co. ha stimato che le commissioni contingenti aggiungeranno 10 milioni di dollari alle sue entrate annuali entro il 2011, mentre Barclays Capital stima in una nota che tali commissioni potrebbero portare ulteriori $ 254 milioni per Marsh, $ 51 milioni per Aon, e $ 40 milioni per Willis.

Nel 2004 negli USA, a seguito dell’indagine guidata dall’allora New York Attorney General Eliot Spitzer, sollevò il coperchio di quello che, qualche giornale in Italia, definì come “Lo scandalo delle assicurazioni americane“ che coinvolse alcuni broker tra i quali Aon, Marsh e Willis tanto che, poi, la stessa Marsh pagò 850 milioni dollari in un fondo per risarcire i clienti, senza mai ammettere o negare le accuse. E sotto accusa era finito il meccanismo conosciuto come “contingent commissions“, in base al quale il broker, invece di cercare di vendere il miglior prodotto per il cliente, era incoraggiato a collocare le polizze delle compagnie con le commissioni più elevate. In sostanza, il broker veniva pagato più del dovuto per piazzare i prodotti assicurativi più costosi e di compagnie amiche.

Di questo argomento e del fatto che più di recente Marsh e Willis avevano annunciato la volontà di instaurare una sovracommissione del 2,5% a carico degli assicuratori, ne avevo già parlato qui.

E’ notizia di oggi, invece, che “Marsh dice no alle commissioni contingenti“, ma non per tutte le attività in quanto pare che per le attività affinity e rischi di massa, le controllate di Marsh potranno percepire comunque le commissioni contingenti.

Alla luce di tutto ciò, più che trarre considerazioni, forse è meglio riproporti la domanda che era poi il titolo di un mio precedente post: “Qual è, oggi, il ruolo del broker?“

Nota: mentre nel 2004 accadeva tutto ciò, Goldman Sachs consigliava ai propri clienti di vendere i titoli dei broker e di comprare quelli delle compagnie assicurative, come Aig: sappiamo tutti, poi, com’è andata a finire.

Aggiornamento: a riprova che l’argomento è di piena attualità, riporto l’articolo apparso oggi 1 aprile su Assinews: “Commissioni contingenti di nuovo ammesse per i maggiori broker“, tratto da Business Insurance del 22 Febbraio 2010, dal quale evidenzio questo passaggio che mi sembra dica tutto.

“La Risk & Insurance Management Society ha fortemente criticato la decisione, dicendo che i nuovi standard di trasparenza del NYSID non proteggono in modo adeguato i consumatori da potenziali abusi“.

Qual è, oggi, il ruolo del broker?

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E’ ovvio che qui mi riferisco ai broker di assicurazioni e mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi tu, caro lettore di questo blog.

Ai broker va l’indubbio merito di aver “smosso” le acque stagnanti del mondo assicurativo degli anni ’70, ’80 e in parte degli anni ’90 del secolo scorso, ma il modello sul quale si è basato il loro sviluppo, mi pare che oggi si sia un pò appannato.

In particolare, mi piacerebbe capire qual è, oggi, il valore aggiunto di un broker.

Quando l’Azienda o un Ente pubblico si avvale di un risk manager (dipendente o free lance), è utile e funzionale la contemporanea presenza di un broker per l’intermediazione delle polizze?

Oppure, se ad occuparsi della gestione dei rischi e delle polizze è solo il broker, ciò è sufficiente?

Ed infine, è poi così vero che la capacità contrattuale di un broker (intesa come la capacità di ottenere le migliori condizioni contrattuali e il miglior prezzo sfruttando il suo peso degli affari intermediati nei confronti degli assicuratori) è sempre “superiore” a quella che può ottenere una singola Azienda o un singolo Ente pubblico che si rivolge direttamente al mercato assicurativo magari attraverso il suo risk manager?

Naturalmente qualche idea me la sono fatta, ma prima di dire la mia mi piacerebbe sapere come la pensi tu.

Le commissioni e le sovracommissioni dei broker

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Ricordi la questione della remunerazione dei broker, delle loro sovracommissioni e dello scandalo sollevato negli USA dal procuratore americano Eliot Spitzer alla fine del 2004?

Ora, in Gran Bretagna Marsh e Willis hanno annunciato la volontà di instaurare una sovracommissione del 2,5% a carico degli assicuratori, una pratica pare già adottata sul mercato britannico da Aon

L’AMRAE (Association pour le Management des risques et des assurances de l’entreprise), dopo il caso Spitzer e la firma del documento Amrae-FCA nel 2006, riteneva la questione conclusa. Il suo presidente, Gerard Lancener, si dice “sconvolto di sentire broker anglossassoni reclamare la sovracommissione agli assicuraori mentre siamo noi a pagare alla fine“!

Altrettanto scettico è anche Paul Hopkin responsabile tecnico dell’AIRMIC (Association of Insurance and Risk Managers), che dice: “se un broker viene remunerato tramite percentuale è meglio ricompensato se l’ammontare dei premi aumenta e questo sembrerebbe ingenerare anche una questione di conflitto di interessi“.

Domanda: ma se non tutti gli assicuratori saranno d’accordo a pagare questa famosa commissione aggiuntiva, la tentazione dei broker non potrebbe essere quella di incitare i clienti a sottoscrivere con gli assicuratori che stanno al gioco?

Fonte: L’Argus de l’assurance, 18 gennaio 2008

Nota personale: devo dire che mi ha sorpreso che la britannica Airmic pubblicizzi nel suo sito i Partners (intermediari assicurativi e assicuratori) che sostengono le attività della stessa Airmic, un pò come accade anche per alcuni eventi organizzati da ANRA. A mio modesto avviso, ritengo questo connubio lesivo dell’autonomia di un’associazione e dei loro associati in quanto è più difficile essere critici con qualcuno che ha sostenuto le tue attività o ti ha invitato a cena.

E tu, collega risk manager, che ne pensi e, soprattutto, qual’è la tua esperienza in merito alla collaborazione con i broker di assicurazioni?

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