Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

“Non dobbiamo prepararci solo a ciò che possiamo prevedere, ma anche a ciò che non è prevedibile“.

Archivio per Assicurazioni

Polizze poliennali: dubbi e domande!

In merito ai tanti dubbi e domande riguardo alla possibilità di recesso dai contratti assicurativi, ho postato qui alcune considerazioni che hanno poi ricevuto un buon numero di commenti e altrettante risposte e, anche se questo blog non è nato come uno strumento di consulenza, mi ha fatto piacere che quanto ho scritto abbia suscitato notevole interesse e voglia di capire meglio l’argomento assicurativo.

Ora, anche in riferimento alle problematiche applicative in merito all’art. 1899, primo comma, del codice civile e all’esercizio del recesso dalla polizza poliennale ed alle riduzioni di premio previste per l’offerta delle coperture con durata ultrannuale, pubblico il link al documento Chiarimenti applicativi in tema di polizze poliennali dell’ISVAP scaricabile in .pdf in modo da fornire, come dice lo stesso ISVAP, alcune indicazioni utili per l’applicazione concreta delle disposizioni codicistiche.

Ditemi cosa ve ne pare e, soprattutto, se avete trovato utile quanto ho pubblicato per voi.

Ancora sulla regolazione del premio

Questo articolo di Assietica ci ricorda che “molto è cambiato sulle conseguenze della mancata comunicazione per la regolazione del premio di una polizza per la R.C. con la sentenza della Cassazione – S.U. civili – 11 gennaio-28 febbraio 2007, n. 4631, la quale ha stabilito che ciò non comporta, di per sé, l’interruzione della garanzia assicurativa“.

Nei contratti di assicurazione contro i danni che prevedano la determinazione del premio in base ad elementi variabili (la cosiddetta «assicurazione con clausola di regolazione del premio»), l’obbligo dell’assicurato di comunicare periodicamente all’assicuratore gli elementi variabili costituisce oggetto di un’obbligazione civile diversa da quelle indicate nell’articolo 1901 cc, il cui inadempimento non comporta l’automatica sospensione della garanzia, ma può giustificare un tale effetto, così come la risoluzione del contratto, solo in base ai principi generali in tema di importanza dell’inadempimento e di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Sarebbe anche opportuno chiedere al proprio assicuratore e/o broker di modificare la clausola di regolazione premio e ciò per evitare poi spiacevoli contenziosi.

Calendario E.N.P.I. (Ente Nazionale per la Prevenzione degli Infortuni) del 1969

Il mio approccio ai temi della prevenzione dei rischi è avvenuto quando, tra la metà degli ’80 e la metà degli anni ’90, lavorai nel mondo assicurativo e in tal veste ebbi modo di visitare alcune aziende anche per accompagnare alcuni ingegneri inviati dalle società assicuratrici (soprattutto quelle estere) per le visite di Loss Prevention mirate a valutare, in particolare, a com’era gestito il rischio incendio. E’ in quell’ambito che venni a conoscenza delle normative sulla sicurezza del lavoro prima fra tutte quella di cui al d.P.R. 547/55 che regolava le norme per la prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro.

Da allora di passi in avanti nell’ambito degli aspetti della sicurezza dei luoghi di lavoro ne sono stati fatti (io sono diventato risk manager appassionandomi al concetto del rischio in senso lato), ma forse più che semplificare gli adempimenti legislativi tutto si è fatto anche molto complicato e, nella complicazione, si “rischia“ di perdere di vista i veri obiettivi. Gli assicuratori, invece, tranne pochi casi, non hanno voluto consolidare il loro patrimonio di conoscenze tecniche, tanto che negli anni in cui si diffondeva la sicurezza nei luoghi di lavoro, a partire dall’impulso che la stessa ebbe con l’emanazione in Italia del D.Lgs. 626/94, molti di loro preferirono concentrarsi sul settore finanziario (che veniva reputato come il più redditizio e meno complicato della gestione dei rami danni) a scapito della tecnica assicurativa verso la quale oggi, anche a causa della crisi finanziaria, si sta cercando di tornare, ma con molta difficoltà (pensate solo al tempo necessario per formare nuovi tecnici e validi assicuratori) almeno qui in Italia.

Guardando questo video (che piacerà molto all’amico Bruzio Bisignano e non solo a lui) mi fa pensare che le cose semplici sono anche le più attuabili e che dobbiamo recuperare quel patrimonio di conoscenze per migliorare ed andare avanti.

via Calendario E.N.P.I. del 1969.

Assicurazioni, Etica e Risk Management

Innanzitutto un augurio di Buon Anno ad ognuno di voi che continuate a seguire questo blog con pazienza e sempre con rinnovato interesse.

Il primo post dell’anno lo voglio dedicare a Jacopo Feletti, amministratore unico di Assietica che conosco personalmente il quale, da qualche anno, si è incamminato nella strada che, dal mondo assicurativo, porta verso il Risk Management o, per meglio dire, ad un cammino che punta ad una fusione dei due approcci. Recentemente nel suo canale YouTube ha caricato tre video nei quali Jacopo si racconta e ci racconta qual è il suo pensiero circa la professione che svolge: di questi mi è piaciuto soprattutto il video che vi propongo dove si parla di assicurazioni, di etica, di risk management, di rischi, del risk manager, fino a toccare il conflitto di interessi che, come scrive lo stesso Jacopo nel suo sito, tale è quello per cui il broker che intermedia contratti di assicurazione viene compensato dalla società di assicurazione mediante provvigione in percentuale al premio di polizza venduto, compenso ignoto all’assicurato.

Un concetto, questo, che mi tocca non tanto per la mia attività di risk manager che esula da quella dell’intermediazione assicurativa, quanto per il fatto che tale aspetto è stato uno dei motivi che mi spinse, nel 1994, a lasciare il mondo del brokeraggio assicurativo (all’epoca lavoravo in una società di brokeraggio oggi divenuta filiale di Aon) per iniziare l’attività di risk manager. Infatti, già allora mi chiedevo come potessi definirmi “consulente“ quando poi la remunerazione della società per cui lavoravo dipendeva dalle provvigioni dell’assicuratore presso il quale piazzavamo i rischi. L’idea del taglio delle commissioni o, in gergo tecnico, il “net quoting”, fu quindi l’idea base che mosse anche me quando, una volta iniziata l’attività di risk manager per la quale ero pagato (come lo sono oggi) direttamente dalle aziende clienti, chiedevo agli assicuratori diretti di quotare i rischi al netto delle provvigioni che avrebbero retrocesso ad un intermediario e devo dire che molti assicuratori, soprattutto quelli di provenienza estera, mi seguirono e quotarono i rischi secondo il concetto del “net quoting”.

Non sarà un caso che proprio uno di questi assicuratori ha dichiarato al riguardo: «Si è iniziato a valutare la figura dell’intermediario dal punto di vista del servizio e nei confronti di chi è prestato il servizio, ovviamente questo dibattito ha reso evidente il fatto che l’intermediario di assicurazione – in particolare il broker – è una figura atipica nell’intermediazione in generale perché lavora per conto di una parte e viene pagato dall’altra. Questo, secondo me, è un dibattito necessario e ci auguriamo, come organizzazione, che porti ad un chiarimento perché non è giusto che la “disclosure” (rivelazione) delle provvigioni rimanga un argomento tabù, è giusto che ci sia chiarezza, franchezza e soprattutto che si trovi una soluzione che vada bene per tutti. Noi siamo favorevoli alla “disclosure” delle provvigioni, peraltro ci sono dei mercati in Europa che già l’adottano, come i mercati scandinavi che ragionano già in base al sistema del “net quoting” che sicuramente è un principio complicato per gli operatori del settore, per gli intermediari che devono poi nel day to day spiegarlo ai loro clienti e cioè che invece di pagare il servizio attraverso una provvigione il cliente deve pagare una parcella/compenso. E’ sicuramente una strada in salita, un dibattito a volte difficile da sostenere nei confronti del cliente, ma ci si doveva arrivare; a questo punto era necessario trovare un chiarimento che purtroppo, a livello globale, ancora non c’é.» (fonte Assietica che riporta uno stralcio della relazione svolta dal dott. Enrico Bertagna, Rappresentante generale per l’Italia dei Lloyd’s, al XIV Convegno R.I.B. di Cap Ferrat, 2008).

Credo che anche di questo tema ne riparleremo nel corso dell’anno che è appena iniziato.

Le sfide del mercato assicurativo tra passato e presente.

Qualche tempo fa ho assistito al seguente enunciato circa le sette sfide per le compagnie assicurative italiane ed ora, quegli appunti su carta, li voglio condividere qui con voi.

Ecco i sette punti:

1. Offrire non solo polizze, ma anche servizi.
2. Puntare sulla customer orientationpercepita“ e non su quella “dichiarata“.
3. Diventare compagnia “multi-specialist“ e “focused“ e non restare generalista.
4. Puntare “sull’incremento di valore nel tempo“ e non sullo “shorterismo“ (puntare cioè su formazione ed investimento a medio-lungo termine).
5. Gestire i sinistri in ottica di gestione cliente e non con l’ottica di chiudere il sinistro (claims settlement).
6. Ridurre l’entità del danno e non soltanto i costi di gestione dei sinistri.
7. “Innovare e formare“ e non solo “gestire e addestrare“.

Chi parlava era Adolfo Bertani, oggi presidente di Cineas, ed era il 17 settembre 2004 ad un evento Munters.

Eravamo, dunque, a pochi anni dall’11 settembre 2001 e, se vi ricordate, le compagnie italiana godevano di un buon momento dal punto di vista finanziario, dato che avevano sfruttato la globalizzazione aumentando i premi nei rami danni (e riducendo le esposizioni come ad esempio per la clausola “Terrorismo e sabotaggio“ che venne “splittata“ dalla eventi sociopolitici), pur senza aver subito i sinistri che si erano verificati in altri paesi e soprattutto negli USA.

E ora una domanda: quali di questi sette punti vi sembrano siano stati fatti propri dal mercato assicurativo o da quale compagnia?

Cosa cambierà, anche nel mondo assicurativo, con la sentenza ThyssenKrupp?

Siamo dunque arrivati alla sentenza Tyssen in seguito al rogo della Thyssenkrupp di Torino, che provocò la morte di  sette operai dell’acciaieria che lavoravano alla linea 5 la notte del 6 dicembre 2007. Qualcuno l’ha definita “una svolta epocale”, in quanto non era mai successo che per una vicenda di morti sul lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale.

Herald Espenhahn, amministratore delegato per l’Italia della multinazionale, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione, mentre i consiglieri delegati Marco Pucci e Gerald Priegnitz, il direttore dello stabilimento torinese Giuseppe Salerno e il responsabile del servizio prevenzione rischi Cosimo Cafueri sono stati condannati a 13 anni e mezzo di reclusione. Per Daniele Moroni, dirigente con competenze nella pianificazione degli investimenti in materia di sicurezza antincendio, la pena comminata è stata di 10 anni e 10 mesi, anche superiore ai nove anni richiesti dall’accusa.
Non solo. La società TyssenKrupp Acciai Speciali Terni S.p.A., per l’applicazione di quanto previsto dal Decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità amministrativa, è stata condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, nonché all’esclusione da contributi e sovvenzioni pubbliche per sei mesi, al divieto di pubblicizzare i prodotti sempre per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali. Sanzioni che sommate ai risarcimenti alle parti civili, ai familiari delle vittime e alle spese legali porta il conto dell’acciaieria a superare i 20 milioni di euro.

Fatto il punto sulla sentenza (per la quale non mi sento ancora di esprimere un parere), vorrei fare qualche ragionamento sul più complesso tema della gestione dei rischi e, in particolare, sul riflesso che una condanna per dolo eventuale può avere sulle polizze assicurative.

Una delle testimonianze chiave è stata quella di Andrea Brizzi – ingegnere di Axa Assicurazioni – che affermò di aver trasmesso un documento con delle raccomandazioni, documento che doveva essere sottoscritto dai dirigenti della multinazionale ed essergli restituito, ma l’ing. Brizzi non ha più ricevuto niente. Pochi mesi prima del rogo il tecnico aveva ispezionato lo stabilimento per dare indicazioni sulle migliorie tecniche da apportare individuate in un sistema di rilevatori e ugelli in tutto lo stabilimento, dispositivi per il blocco di macchinari e tubi pieni di oli minerali, per un investimento di circa 80mila euro. Tali interventi erano anche finalizzati alla riduzione della franchigia che, dopo l’incendio di Krefeld, in Germania, nel 2006, da 50 milioni di euro era passata a 100 milioni di euro. Importi che vanno ricondotti all’esposizione complessiva del rischio se si pensa che si ragiona su macchinari, come quelli di «ricottura e decappaggio», che costano centinaia di milioni di euro. Secondo Brizzi sarebbe stato anche necessario “incrementare il numero degli addetti alle squadre di pronto intervento“, soprattutto degli addetti al secondo intervento ovvero, gli operai addestrati a utilizzare impianti idrici e idranti. La raccomandazione risale all’aprile 2007, otto mesi prima del rogo. E almeno un paio di mesi prima dell’annuncio dell’azienda di chiudere lo stabilimento (scelta che comportò la riorganizzazione delle mansioni e una progressiva riduzione del personale).

A questo punto, basandomi sulla mia esperienza personale mi chiedo:

  1. quante sono le aziende che, per scelta, sono ancora prive del Certificato di Prevenzione Incendi perché magari l’avvio della pratica le obbligherebbe ad effettuare tutta una serie di opere di prevenzione e, dunque, di investimenti?
  2. quante sono le aziende che, anche a fronte di una valutazione dei rischi per l’applicazione del D.Lgs. 81/2008 – Testo unico sulla sicurezza, sono a conoscenza di potenziali pericoli e rischi i cui interventi per la loro mitigazione vengono posposti per tutta una serie di ragioni (spesso economiche)?
  3. quando le informazioni sullo stato dei rischi aziendali sono desumibili dai documenti/verbali aziendali, nel caso si verifichi un incendio oppure un infortunio sul lavoro, si potrà ancora invocare l’involontarietà, la colpa (anche grave), oppure l’assicuratore cercherà invece di invocare il dolo eventuale con successiva esclusione della copertura assicurativa?
  4. si riflette abbastanza sul rischio di danno da reputazione che anche simili eventi portano con sé, oppure no?

Queste sono solo alcune delle domande che mi sto ponendo da qualche tempo e sulle quali invito tutti i colleghi risk manager, insurance manager e intermediari assicurativi a riflettere e a fare qualche pubblica considerazione sugli scenari futuri.

Le assicurazioni contro i rischi delle calamità naturali

I recenti casi di catastrofi naturali, ultimo tra tutti il terribile terremoto/maremoto accaduto in Giappone, ci pone l’obbligo di fare alcune considerazioni in relazione al nostro territorio nazionale in termini di sicurezza dello stesso e delle costruzioni che vi sono installate.

Mi tornano utili alcuni dati che ho letto in un numero di Broker del settembre-ottobre 2009 nel quale si parlava del tema oggetto di questo post e voglio dare subito alcuni numeri: in Italia, il 40 per cento della popolazione vive in aree a rischio sismico, dove il 64 per cento degli edifici non è costruito secondo le norme antisismiche (che esistono) e due milioni di persone sono esposte al rischio vulcanico.

Secondo uno studio del Cineas, nel solo decennio 1994-2004, per ripristinare i danni da alluvioni, terremoti e frane più gravi, lo Stato (quindi tutti noi) si è fatto carico di quasi 21 miliardi di euro. Soldi che non hanno minimamente inciso nella costruzione di una cultura della prevenzione e della tutela del territorio, oserei dire di una cultura di Risk Management applicata al pubblico.

In pratica, sottolinea il Cineas, oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e l’Italia è l’unico grande paese evoluto a non avere una legge sulle coperture assicurative per le catastrofi naturali così che il cittadino, da una parte non ha la garanzia di risarcimento e, dall’altra, non è responsabilizzato.

In relazione al tema dell’assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali anche delle abitazioni private è interessante sviluppare il concetto di avere franchigie legate in proporzione inversa alle misure adottate dalle Amministrazioni pubbliche locali per prevenire i danni da “catastrofe“ in modo che non vi possa essere il pensiero che i costi della non efficienza possano venire scaricare sul settore assicurativo. Sarebbe sicuramente interesse delle compagnie di assicurazione ridurre i risarcimenti futuri attraverso un’opera di monitoraggio e di incentivo all’applicazione di misure preventive idonee, con un effetto di parziale privatiazzione dei controlli, una via questa che potrebbe portare ad un maggior rispetto del territorio da parte sia degli amministratori (che sono sempre tentati di urbanizzare l’inverosimile) che dei cittadini.

E allora mi chiedo: e se le compagnie potessero intervenire anche in fase di redazione dei piani regolatori comunali o di loro varianti, fornendo indicazioni tramire i loro tecnici preparati in loss prevention o nella gestione dei sinistri (e ce ne sono), su come e dove è meglio costruire e quali opere di prevenzione andrebbero intraprese tutelare il territorio così da per evitare o almeno ridurre i danni da calamità, tutto ciò, non sarebbe semplicemente rivoluzionario?

Ma questo, in pratica, non significa forse fare del buon Risk Management?

Coincidenze: mentre stavo scrivendo questo post, il collega risk manager Enrico D’Alessandro membro dell’associazione locale “Progetto in Comune“ che ha organizzato l’evento, mi ha contattato in rete per invitarmi (peccato non poterci andare) a questo convegno che ha contribuito ad organizzare per il prossimo 5 aprile, qui la brochure, nella città di Tagliacozzo a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila proprio per fare il punto sui temi che ho appena trattato con partecipanti di tutto rilievo. Se leggi questo post e ti interessa l’argomento, contatta gli organizzatori e cerca di andare a questa interessante occasione di confronto.

Polizze Pluriennali: facciamo il punto

Dato che è passato un pò di tempo da quando ho parlato per  la prima volta del tema delle polizze poliennali e poi ancora una seconda quando è stata appartata una modifica all’art. 1899 c.c., ho trovato questo articolo http://www.finanzaediritto.it/articoli/il-regime-delle-disdette-nelle-polizze-pluriennali-dei-rami-elementari-5262.html che riporto qui di seguito proprio per renderlo immediatamente disponibile per una lettura che mi auguro buona ed utile.

Bisogna tenere ben presente che, a seguito della recente modifica dell’art 1899 Cod. civ., vigono nel nostro ordinamento diversi regimi normativi, relativamente alla disdettabilità delle polizze pluriannuali. La pluralità dei regimi deriva dal fatto che il provvedimento che ha modificato nuovamente l’art 1899 Cod civ , la legge 99/2009, è andato a modificare quanto fu introdotto dal c.d. Decreto Bersani Bis (convertito nelle lg n. 40 del 2 aprile 2007), in tema di polizze pluriennali.

Tutto questo potrà sembrare per qualcuno un po’ oscuro, ed allora vediamo di riassumere brevemente il regime della disdettabiltà delle polizza pluriennali (ovviamente per i rami elementari).

A) CONTRATTI PLURIENNALI IN VIGORE STIPULATI ANTECEDENTEMENTE ALLA DATA DEL 3 APRILE 2007 (Legge 40/2007)

Come ho già detto questa categoria di polizze oggi praticamente non esiste più.
Ma potendo oggi essere ancora in corso rapporti pendenti, ricordo che questo tipo di contratti potevano essere disdettati annualmente solo se decorsi almeno tre anni dalla loro stipula tramite lettera raccomandata AR con 60 gg di preavviso rispetto alla scadenza di ogni annualità (o anche meno se la polizza prevede un termine inferiore ai 60gg.). Altrimenti, possono essere disdettati per la loro naturale scadenza se vi è tacito rinnovo.

B) CONTRATTI PLURIENNALI STIPULATI FRA LA DATA DEL 3 APRILE 2007 E IL GIORNO 14 AGOSTO 2009 (Legge 40/2007)

I contratti pluriennali emessi dal giorno 3/4/07 e fino al 14 agosto 2009 sono disdettabili annualmente con preavviso di 60 gg. (o anche meno se la polizza prevede un termine inferiore ai 60gg.). E’ noto a tutti che, a seguito della legge 40/07, molte Compagnie hanno cessato di emettere polizze pluriennali. Pertanto molte agenzie potevano emettere solo polizze con durata annuale. E’ ovvio che queste possono essere sempre disdettate alla loro scadenza annuale se vi è tacito rinnovo.

C) CONTRATTI STIPULATI DAL 15 AGOSTO 2009 IN POI

Come ho già accennato sopra, a decorrere dal 15/8/09 è stato nuovamente riformato l’art 1899 Cod civ. Infatti l’art 21 della Legge 99/2009 – che ha disposto tale modifica – ha nuovamente permesso alle Compagnie la possibilità di stipulare polizze poliennali ma solo a determinate condizioni. In forza di questo ultimo provvedimento i contratti pluriennali – con esplicitazione di uno sconto rispetto alla tariffa frontale – con durata inferiore o pari ai cinque anni, non possono essere disdettati, ma occorre attendere la loro naturale scadenza fermo restando l’obbligo di 60 gg di preavviso in caso di tacito rinnovo. I contratti con esplicitazione di uno sconto di durata superiore ai cinque anni, possono essere disdettati ma solo se trascorso il quinquennio con preavviso di sessanta giorni con effetto dalla fine dell’annualità nel corso della quale la facoltà di recesso può essere esercitata. Dal che si dovrebbe dedurre che i contratti senza esplicitazione di uno sconto, ancorchè pluriennali, possono essere disdettati con preavviso di 60 gg ad ogni scadenza annuale .

Infine è da rilevare come il legislatore abbia inserito nel provvedimento una disposizione che regola il passaggio fra i due regimi. Infatti, ai sensi del successivo comma 4 dell’ art. 21, tale disposizione si applica ai soli contratti stipulati successivamente alla data di entrata in vigore della stessa legge. Pertanto tale regime si applica solo ai contratti stipulati successivamente al 15 agosto 2009, mentre per quelli stipulati anteriormente resta valido il regime di cui al precedente punto B) delineato dalla Legge 40/07 fino alla loro estinzione.

Tutto chiaro?

Solo per precisare una cosa e cioè che la <strong>“disdetta“</strong> della polizza – intesa nel senso di atto con il quale una delle parti impedisce la proroga di una polizza assicurativa (prevista in forma di “tacita proroga”), tramite la comunicazione prevista dalle condizioni contrattuali – è giuridicamente diversa dal “<strong>recesso</strong>“ disciplinato dal cosiddetto “decreto Bersani” di cui al D.L. n. 7/2007 convertito in legge n. 40/2007, oppure dall’attuale formulazione dell’articolo 1899 del codice civile per i contratti assicurativi stipulati dopo il 15 agosto 2009.

Aggiornamento del 26 luglio 2012.

Nel sito dell’ISVAP, alla pagina per il Consumatore accedendo al link delle domande più frequenti, scegliendo poi dal menù a tendina “Polizze poliennali: recesso“, si leggono le seguenti possibilità, senza citare i termini di recesso diversi dai 60 giorni se la polizza prevede termini inferiori a questi:

1. Per i contratti stipulati antecedentemente al 3 aprile 2007, data di entrata in vigore della legge 40/2007 (legge Bersani), l’assicurato ha la facoltà di recedere dal contratto alla ricorrenza annuale senza oneri e con preavviso di 60 giorni, se sono decorsi almeno tre anni dalla stipula.

2. Per i contratti stipulati successivamente al 3 aprile 2007, data di entrata in vigore della legge 40/2007 e sino al 15 agosto 2009, data di entrata in vigore della legge n. 99/2009, l’assicurato ha la facoltà di recedere annualmente dal contratto senza oneri e con preavviso di 60 giorni.

3. Per i contratti stipulati successivamente al 15 agosto 2009, data di entrata in vigore della legge 99/2009, se il contratto supera i cinque anni, l’assicurato, trascorso il quinquennio, ha facoltà di recedere dal contratto alla ricorrenza annuale con preavviso di 60 giorni.

Solo per precisare una cosa e cioè che la <strong>“disdetta“</strong> della polizza – intesa nel senso di atto con il quale una delle parti impedisce la proroga di una polizza assicurativa (prevista in forma di “tacita proroga”), tramite la comunicazione prevista dalle condizioni contrattuali – è giuridicamente diversa dal “<strong>recesso</strong>“ disciplinato dal cosiddetto “decreto Bersani” di cui al D.L. n. 7/2007 convertito in legge n. 40/2007, oppure dall’attuale formulazione dell’articolo 1899 del codice civile per i contratti assicurativi stipulati dopo il 15 agosto 2009.

2011 Political Risk Map

Attraverso Twitter mi rammentano che Aon Risk Solutions, supportata dalla Oxford Analytica, ha pubblicato anche quest’anno (mi pare sia la 18esima edizione) l’interessante Political Risk Map, una mappa del rischio di 211 paesi, dei quali vengono presi in esame i seguenti fattori di rischio: inconvertibilità della valuta, trasferimenti di denaro, scioperi, rivolte, guerre civili, attività terroristiche, default dei paesi, interferenze politiche, interruzione degli approvvigionamenti, sistemi legislativi e regolamentazioni restrittive.

Dallo studio condotto quest’anno (qui la Political Risk Map del 2010), 19 paesi di quelli analizzati hanno fatto registrare un innalzamento dei livelli di rischio: Algeria, Benin, Unione delle Comore, Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Dominica, Grenada, Haiti, Antille, St Kitts e Nevis, St Lucia, St Vincent, Trinidad, Myanmar, Islanda, Bahrain.

Cinque nuovi paesi (Madagascar, Niger, Venezuela, Kyrgyzstan e Thailandia) hanno fatto registrare un incremento del livello di rischio politico legato al pericolo di guerre, insurrezioni, colpi di stato.

Per quanto riguarda il rischio di inconvertibilità della valuta, ovvero la presenza di norme restrittive che ostacolano i pagamenti e le attività commerciali in moneta locale, i paesi che si sono aggiunti a quelli del 2010 sono: Algeria, Burkina Faso, Repubblica Centro Africana, Chad, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Madagascar, Niger, Afghanistan, Montenegro, Lituania e Mecedonia.

Undici nuovi paesi hanno fatto registrare un elevato grado di rischio legato ad attività sovversive e terroristiche, tra cui: Angola, Chad, Belize, Austria e Bahrain.

Il rischio di default è stato il principale fattore di crescita del rischio politico in paesi quali: Antigua e Barbuda, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Unione delle Comore, Dominica, Groenlandia, Antille, St Lucia, St Kitts e Nevis.

Dieci nuovi paesi, tra cui Madagascar, Malawi, Uganda, presentano un alto di livello di rischio legato a sistemi legislativi obsoleti e normative restrittive.

Infine, in tre nuovi paesi (Afghanistan, Benin e Zambia) si è verificato un modesto innalzamento del rischio legato alla nazionalizzazione e statalizzazione delle imprese.

Beverly Marsden, condirettore di Aon Risk Solutions, ha detto: “Il rischio di default dei paesi è un problema di portata globale. La critica congiuntura economica degli ultimi due anni ha peggiorato la situazione, tutti i paesi con un’economia basata sul turismo ne hanno sofferto e per la prima volta anche paesi considerati stabili, come l’Islanda, devono affrontare problemi di mancata solvibilità”.

I paesi che invece presentano una diminuzione del livello di rischio sono: Kenia, Mozambico, Ruanda, Uganda, Zambia, Panama, Uzbekistan, Indonesia, Malesia, India.
Da aggiungere che il Brasile, la Columbia e il Messico sono riusciti ad abbassare sensibilmente il livello generale di rischio geopolitico, sfruttando al meglio le relazioni commerciali internazionali.

L’Italia, per gli analisti, resta stabile con un livello di rischiosità basso (anche se credo che il nostro paese non riesca ad attrarre investimenti esteri proprio per la mancanza di una politica industriale degna di questo nome).

Tra i lettori c’è qualcuno che ha avuto esperienze con la Political Risk Map, nel senso che si è ritrovato con i dati riportati nella stessa?

iPad piace ai Lloyd’s di Londra

Volevo solo “twittare la notizia“, ma poi, da appassionato e da convinto assertore dell’uso delle tecnologie nel mondo della gestione dei rischi e delle assicurazioni, mi sono detto che valeva la pena riportare l’intero post così come l’avevo letto su theapplelounge.com. Così come è stato per l’Phone, sono certo che anche e ancora meglio per l’iPad, ci saranno applicazioni e servizi che ci renderanno ancora più efficace ed efficiente le nostre attività e ci aiuteranno anche a pensare in maniera diversa. Ecco cosa ho letto.

La Lloyd’s di Londra, la società che gestisce il mercato UK delle grandi assicurazioni internazionali, ha avviato una sperimentazione per favorire l’integrazione dell’iPad nelle procedure di sottoscrizione dei contratti assicurativi. Il dispositivo di Apple è visto come la possibile soluzione all’inefficienza di alcune pratiche, come quelle di firma dei contratti, ancora troppo legate all’utilizzo di documentazione cartacea con tutto quel che ne consegue in termini logistici e di archiviazione.

A collaborare con Lloyd’s in questi primi tre mesi di test saranno  i broker della Marsh, di Cooper Gay e di RK Harrison Group, tutti entusiasti della scelta tecnologica. Se il “pilot” avrà successo l’utilizzo dell’iPad verrà esteso anche ad altre società.

Il Tablet di Cupertino avrà una vera e propria funzione di fascicolo elettronico in cui saranno “trasportati” tutti i documenti di una transazione. La possibilità di correggere i documenti, fare revisioni al volo senza dover attendere una nuova stampa o la possibilità di prendere annotazioni immediatamente sincronizzabili e integrabili è visto come il grande vantaggio che iPad può fornire al mercato assicurativo:

“Rimpiazzando semplicemente la carta con qualcosa di più facile da trasportare, ma che permette correzioni e collegamenti ad altri servizi,” ha detto Sue Langley, direttrice della divisione market operations di Lloyd’s al Post“continuiamo a supportare la sottoscrizione e la negoziazione faccia a faccia che rende unica Lloyd’s”.

Il successo dell’iniziativa? Assicurato. 🙂

Generali assicurazioni sbarca sull’iPhone con iPolizza

L’anno scorso avevo scritto della compagnia assicurativa Nationwide che, per prima (almeno a quanto mi constava), aveva lanciato un’interessante applicazione per iPhone legata alla gestione della denuncia di un sinistro auto, denuncia che poteva essere fatta dal luogo dell’incidente utilizzando appunto l’iPhone.

Mi chiedevo quando avremmo potuto vedere un’applicazione simile nel mercato assicurativo italiano ed ora posso dire che finalmente ci siamo e la strada è aperta anche per gli altri competitor.

E,’ dunque, con piacere che registro la nascita di questa app per iPhone denominata iPolizza delle Assicurazioni Generali (dedicata ai clienti delle reti di Assicurazioni Generali, Alleanza, Augusta Assicurazioni, Fata Assicurazioni, INA Assitalia, Lloyd Italico, e Toro, con la quale è possibile denunciare un sinistro in real time ed individuare la carrozzeria convenzionata o l’agenzia più vicina) e che segue, di poco, l’app creata da Genertel (non a caso, forse, dato che è una società controllata sempre da Generali).

Ora, come dicevo, la strada è segnata e si aspetta di vedere cosa farà il resto del mercato assicurativo e non solo.

L’assicurazione “gassosa“

Forse lo saprai già che, chiunque usi, anche occasionalmente, gas metano o altro tipo di gas fornito tramite reti di distribuzione urbana o reti di trasporto, beneficia in via automatica di una copertura assicurativa contro gli incidenti da gas, ai sensi della delibera n. 152/03 dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

Le garanzie prestate riguardano: la responsabilità civile nei confronti di terzi, gli incendi e gli infortuni, che abbiano origine negli impianti e negli apparecchi a valle del punto di consegna del gas (a valle del contatore).

L’assicurazione, di cui ne ha parlato anche l’amico Ugo Fonzar nel suo blog, è stipulata dal CIG (Comitato Italiano Gas) il quale, in ottemperanza alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 della deliberazione dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas 152/03 del 12 dicembre 2003, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 6 del 9 gennaio 2004, il CIG ha stipulato a garanzia per tutti i clienti finali civili del gas, un contratto di assicurazione per gli infortuni, anche subiti dai familiari conviventi e dai dipendenti, gli incendi e la responsabilità civile, derivanti dall’uso del gas loro fornito tramite un impianto di distribuzione, a valle del punto di consegna.

Quello a cui non si pensa, però, è il richiamo all’Art. 1910 Assicurazione presso diversi assicuratori del Codice Civile, il quale recita: “Se per il medesimo rischio sono contratte separatamente più assicurazioni presso diversi assicuratori, l’assicurato deve dare avviso di tutte le assicurazioni a ciascun assicuratore. Se l’assicurato omette dolosamente di dare l’avviso, gli assicuratori non sono tenuti a pagare l’indennità. Nel caso di sinistro, l’assicurato deve darne avviso a tutti gli assicuratori a norma dell’art. 1913, indicando a ciascuno il nome degli altri. L’assicurato può chiedere a ciascun assicuratore l’indennità dovuta secondo il rispettivo contratto, purché le somme complessivamente riscosse non superino l’ammontare del danno. L’assicuratore che ha pagato ha diritto di regresso contro gli altri per la ripartizione proporzionale in ragione delle indennità dovute secondo i rispettivi contratti. Se un assicuratore è insolvente, la sua quota viene ripartita fra gli altri assicuratori“.

Ora, la polizza del CIG in vigore, all’articolo Altre assicurazioni, prevede opportunamente che,  “A parziale deroga dell’art. 1910 l’Assicurato è dispensato dall’obbligo di comunicare l’esistenza di altre assicurazioni per i rischi assicurati dalla presente polizza“.

Ma se l’utilizzatore ha in corso una propria polizza per il rischio dell’Incendio, della Responsabilità Civile verso Terzi o per gli Infortuni (tutte garanzie previste dalla polizza del CIG), anche in queste polizze bisognerà prevedere una sorta di deroga in caso di “altre assicurazioni“, altrimenti il rischio è quello di vedersi rifiutare l’indennizzo dall’assicuratore che non era stato messo a conoscenza delle altre polizze ai sensi di quanto previsto dal citato art. 1910 c.c. .

Lo stesso dicasi per le polizze stipulate dalle banche o da società delle carte di credito che spesso offrono coperture assicurative comprese nel canone fisso e delle quali spesso ci si dimentica per cui, se hai delle polizze personali, verifica cosa queste prevedono nel caso di altre assicurazioni e magari chiedi una deroga al tuo assicuratore utilizzando lo stesso testo utilizzato dalla polizza del CIG.

Quindi: presta attenzione al gas, ma anche alle assicurazioni 😉

Assicurazione infortuni e principio indennitario

In merito ancora alle polizze infortuni vi segnalo la sentenza del 7 dicembre 2001 – 10 aprile 2002 n. 5119 della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI in relazione al principo indennitario.

Non essendo l’assicurazione privata contro gli infortuni autonomamente disciplinata, si pone il problema di stabilire se è ad essa applicabile l’art. 1910 nella parte in cui prevede che, a fronte di più assicurazioni per il medesimo rischio, l’assicurato debba avvisare ciascun assicuratore, pena, in caso di dolosa omissione, il mancato pagamento dell’indennità.
Per risolvere il contrasto sorto in giurisprudenza, le Sezioni Unite della Cassazione affermano che è necessario stabilire se il principio indennitario (art. 1905), che qualifica l’assicurazione contro i danni, sia applicabile all’assicurazione contro gli infortuni.

Nel rispondere positivamente, la Suprema Corte individua i seguenti motivi:

1. l’art. 1916 comma 4, espressione del principio indennitario, estende esplicitamente all’assicurazione contro gli infortuni il diritto di surrogazione dell’assicuratore, allo scopo di impedire il cumulo nello stesso soggetto del diritto al risarcimento verso il terzo responsabile e del diritto all’indennizzo verso l’assicuratore;

2. l’infortunio è evento produttivo di danno per l’assicurato, da qualificarsi come danno patrimoniale, se incide sulla capacità lavorativa del soggetto leso, oppure non patrimoniale, ma comunque patrimonialmente valutabile, mediante le tabelle del danno biologico, qualora l’infortunio venga in considerazione come rischio dell’assicurato indipendentemente dalla sua capacità di lavoro e di guadagno.

Quanto evidenziato vale per l’assicurazione contro le disgrazie accidentali non mortali, nella quale vi è coincidenza tra l’assicurato, titolare dell’interesse garantito e beneficiario dell’indennizzo per inabilità o invalidità, e la persona sulla quale fisicamente incide l’infortunio (coincidenza che si verifica sia nel caso di assicurazione contro i propri infortuni, sia nel caso di assicurazione contro gli infortuni di terzi stipulata nell’interesse dei medesimi).
Nel caso di assicurazione contro gli infortuni ove sia prevista la corresponsione dell’indennizzo per infortunio mortale viene in considerazione un rischio che è tipico della assicurazione sulla vita: il rischio assicurato è sempre costituito dalla morte e beneficiario non è l’assicurato, ma un terzo. In tal caso, le norme applicabili dovranno essere prevalentemente desunte, in relazione alle singole fattispecie, dalla disciplina dettata in materia di assicurazione sulla vita (in tal senso, Cass. 2915/68).

In conclusione, la S.C. statuisce che: «alla assicurazione contro le disgrazie accidentali (non mortali), in quanto partecipe della funzione indennitaria propria dell’assicurazione contro i danni, va estesa l’applicazione dell’articolo 1910, trattandosi di norme dettate a tutela del principio indennitario, per evitare che, mediante la stipulazione di più assicurazioni per il medesimo rischio, l’assicurato, ottenendo l’indennizzo da più assicuratori, persegua fini di lucro conseguendo un indebito arricchimento», mentre «deve ritenersi inapplicabile all’ipotesi di assicurazione contro gli infortuni mortali la disciplina dettata dall’articolo 1910».

Qualche commento?

Polizza più cara per chi usa Facebook o Twitter?

Immagine tratta da Pleaserobme.com

Utilizzando molto la rete e gli strumenti del web 2.0 mi ha particolarmente attirato, per non dire colpito, questo articolo “Confused.com predicts insurance hikes for social media user“, del quale non potevo non parlarne.

In breve, si sostiene che gli assicuratori potrebbero iniziare molto presto a far pagare agli utenti di social network (o meglio dei social media) come Facebook, Twitter o MySpace, premi più cari per le polizze contro i furti in casa. Lo rivela il comparatore online “Confused.com”, spiegando che gli utenti dei social network si rendono più vulnerabili a furti ed episodi criminosi in genere, in quanto rivelano sulla rete web le loro abitudini e i loro spostamenti.

“Non sarei sorpreso – ha detto Darren Black, responsabile dell’area “home insurance” di Confused.com – di vedere che, mentre i social network crescono in popolarità e aumentano le diverse funzionalità, gli assicuratori inizino a tener conto nella valutazione del pricing delle coperture, il grado di informazioni personali immessi in rete che si traducono in un incremento del rischio individuale. Gli assicuratori hanno già iniziato a verificare, sulla base dei sinistri, il grado di informazioni immesse online dal danneggiato”.

“Le organizzazioni criminali – conclude Darren Black – stanno diventando sempre più sofisticate nella fase di analisi e raccolta delle informazioni utilizzando anche Google earth e street view per pianificare i loro furti con precisione militare”.

La tematica sicurezza e polizza furto viene messa in risalto ancor più dal sito Pleaserobme.com, (Please Rob Me, ovvero derubami per cortesia) che analizza i messaggi degli utenti Twitter che informano quando si è lontani dalle proprie abitazioni. L’utente che pubblica, ad esempio, un tweet dicendo “Mi trovo al centro commerciale”, espone se stesso a diversi rischi, primo fra tutti il lasciar un “biglietto da visita” virtuale per eventuali ladri, che verrebbero informati di una casa pronta “da essere svaligiata”.

Considerazione: a parte cogliere lo stimolo che anche le nuove tecnologie presentano nuovi rischi che devono entrare nel bagaglio di un risk manager, come sempre bisogna analizzare il problema e magari dire che, basterebbe applicare un sano buon senso (spesso il Risk Management non è altro che buon senso applicato) e non fornire tali informazioni in rete anche grazie ai filtri di privacy che è possibile impostare sui social media che il problema e, dunque, il rischio si ridurrebbe e di molto. Oppure, come mi scrive un amico, non sarà solo l’ennesimo tentativo, anche elegante e sofisticato, messo in atto dal mercato assicurativo per giusitificare incrementi di premio?

E tu, usi i social media o vorresti usarli? Vorresti dire la tua?

E’ il rischio credito quello tra i rischi più sentiti?

Innanzitutto Buon Anno.

Il primo post (epifanico) del 2010 è dedicato all’indagine “The emerging future of European Risk Management” (scaricabile da qui), condotta dal broker assicurativo Marsh, su 705 professionisti del rischio di 700 aziende appartenenti a sette dei maggiori settori industriali in Europa, secondo la quale quasi i due terzi degli intervistati (62%) hanno identificato nei rischi finanziari e macroeconomici il motivo di preoccupazione, con il “rischio credito” in cima alla lista.

Il “rischio credito” è stato. infatti, indicato dal 31% degli intervistati come la minaccia principale fra tutti i rischi finanziari.

Il report ha inoltre evidenziato come, in risposta alla recessione, oltre due terzi delle aziende interpellate (69%) hanno compiuto una revisione del proprio approccio al rischio.

Tre intervistati su quattro (73%) hanno concordato nell’affermare che la gestione del rischio ricopre oggi un’importanza prioritaria per il top management delle proprie organizzazioni.

I risultati della ricerca evidenziano che la gestione del rischio non è stata sottoposta a tagli di budget; solo il 5% degli intervistati si attende una riduzione in tal senso, mentre il 34% prevede, invece, un aumento del budget ad esso dedicato.

Personalmente non mi pare che da parte delle imprese vi sia una grande attenzione alla gestione dei rischi in ottica di Risk Management e che anzi, queste, considerino tutto ciò che non ha a che fare con la produzione un sovrappiù del quale, in questo momento, se ne può fare a meno quando invece è proprio in tali momenti che deve essere più alta l’attenzione alla gestione dei rischi. Un evento dannoso (quale potrebbe essere anche il mancato incasso di un credito), in questa fase di recessione e di equilibri finanziari fragili, potrebbe essere dirompente per l’impresa e quindi è più che mai in simili momenti che non si deve rinunciare ad investire risorse nella gestione dei rischi, compresi i programmi assicurativi che devono essere ben fatti proprio per assicurare la giusta copertura finanziaria di quei rischi precedentemente identificati e valutati. La gestione dei rischi, dunque, deve essere vista non come un centro di costo, bensì come un centro di profitto al pari delle altre attività aziendali quale la produzione la quale può essere garantita non solo dalle scelte strategiche di mercato, ma anche attraverso azioni quotidiane di mitigazione dei rischi.

E tu cosa ne pensi sia dello studio di cui ho parlato che delle mie riflessioni? Qual è la tua esperienza quale gestore dei rischi?

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