Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

“Non dobbiamo prepararci solo a ciò che possiamo prevedere, ma anche a ciò che non è prevedibile“.

Archivio per Assicurazioni

Polizze poliennali: dubbi e domande!

In merito ai tanti dubbi e domande riguardo alla possibilità di recesso dai contratti assicurativi, ho postato qui alcune considerazioni che hanno poi ricevuto un buon numero di commenti e altrettante risposte e, anche se questo blog non è nato come uno strumento di consulenza, mi ha fatto piacere che quanto ho scritto abbia suscitato notevole interesse e voglia di capire meglio l’argomento assicurativo.

Ora, anche in riferimento alle problematiche applicative in merito all’art. 1899, primo comma, del codice civile e all’esercizio del recesso dalla polizza poliennale ed alle riduzioni di premio previste per l’offerta delle coperture con durata ultrannuale, pubblico il link al documento Chiarimenti applicativi in tema di polizze poliennali dell’ISVAP scaricabile in .pdf in modo da fornire, come dice lo stesso ISVAP, alcune indicazioni utili per l’applicazione concreta delle disposizioni codicistiche.

Ditemi cosa ve ne pare e, soprattutto, se avete trovato utile quanto ho pubblicato per voi.

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Ancora sulla regolazione del premio

Questo articolo di Assietica ci ricorda che “molto è cambiato sulle conseguenze della mancata comunicazione per la regolazione del premio di una polizza per la R.C. con la sentenza della Cassazione – S.U. civili – 11 gennaio-28 febbraio 2007, n. 4631, la quale ha stabilito che ciò non comporta, di per sé, l’interruzione della garanzia assicurativa“.

Nei contratti di assicurazione contro i danni che prevedano la determinazione del premio in base ad elementi variabili (la cosiddetta «assicurazione con clausola di regolazione del premio»), l’obbligo dell’assicurato di comunicare periodicamente all’assicuratore gli elementi variabili costituisce oggetto di un’obbligazione civile diversa da quelle indicate nell’articolo 1901 cc, il cui inadempimento non comporta l’automatica sospensione della garanzia, ma può giustificare un tale effetto, così come la risoluzione del contratto, solo in base ai principi generali in tema di importanza dell’inadempimento e di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Sarebbe anche opportuno chiedere al proprio assicuratore e/o broker di modificare la clausola di regolazione premio e ciò per evitare poi spiacevoli contenziosi.

Calendario E.N.P.I. (Ente Nazionale per la Prevenzione degli Infortuni) del 1969

Il mio approccio ai temi della prevenzione dei rischi è avvenuto quando, tra la metà degli ’80 e la metà degli anni ’90, lavorai nel mondo assicurativo e in tal veste ebbi modo di visitare alcune aziende anche per accompagnare alcuni ingegneri inviati dalle società assicuratrici (soprattutto quelle estere) per le visite di Loss Prevention mirate a valutare, in particolare, a com’era gestito il rischio incendio. E’ in quell’ambito che venni a conoscenza delle normative sulla sicurezza del lavoro prima fra tutte quella di cui al d.P.R. 547/55 che regolava le norme per la prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro.

Da allora di passi in avanti nell’ambito degli aspetti della sicurezza dei luoghi di lavoro ne sono stati fatti (io sono diventato risk manager appassionandomi al concetto del rischio in senso lato), ma forse più che semplificare gli adempimenti legislativi tutto si è fatto anche molto complicato e, nella complicazione, si “rischia“ di perdere di vista i veri obiettivi. Gli assicuratori, invece, tranne pochi casi, non hanno voluto consolidare il loro patrimonio di conoscenze tecniche, tanto che negli anni in cui si diffondeva la sicurezza nei luoghi di lavoro, a partire dall’impulso che la stessa ebbe con l’emanazione in Italia del D.Lgs. 626/94, molti di loro preferirono concentrarsi sul settore finanziario (che veniva reputato come il più redditizio e meno complicato della gestione dei rami danni) a scapito della tecnica assicurativa verso la quale oggi, anche a causa della crisi finanziaria, si sta cercando di tornare, ma con molta difficoltà (pensate solo al tempo necessario per formare nuovi tecnici e validi assicuratori) almeno qui in Italia.

Guardando questo video (che piacerà molto all’amico Bruzio Bisignano e non solo a lui) mi fa pensare che le cose semplici sono anche le più attuabili e che dobbiamo recuperare quel patrimonio di conoscenze per migliorare ed andare avanti.

via Calendario E.N.P.I. del 1969.

Assicurazioni, Etica e Risk Management

Innanzitutto un augurio di Buon Anno ad ognuno di voi che continuate a seguire questo blog con pazienza e sempre con rinnovato interesse.

Il primo post dell’anno lo voglio dedicare a Jacopo Feletti, amministratore unico di Assietica che conosco personalmente il quale, da qualche anno, si è incamminato nella strada che, dal mondo assicurativo, porta verso il Risk Management o, per meglio dire, ad un cammino che punta ad una fusione dei due approcci. Recentemente nel suo canale YouTube ha caricato tre video nei quali Jacopo si racconta e ci racconta qual è il suo pensiero circa la professione che svolge: di questi mi è piaciuto soprattutto il video che vi propongo dove si parla di assicurazioni, di etica, di risk management, di rischi, del risk manager, fino a toccare il conflitto di interessi che, come scrive lo stesso Jacopo nel suo sito, tale è quello per cui il broker che intermedia contratti di assicurazione viene compensato dalla società di assicurazione mediante provvigione in percentuale al premio di polizza venduto, compenso ignoto all’assicurato.

Un concetto, questo, che mi tocca non tanto per la mia attività di risk manager che esula da quella dell’intermediazione assicurativa, quanto per il fatto che tale aspetto è stato uno dei motivi che mi spinse, nel 1994, a lasciare il mondo del brokeraggio assicurativo (all’epoca lavoravo in una società di brokeraggio oggi divenuta filiale di Aon) per iniziare l’attività di risk manager. Infatti, già allora mi chiedevo come potessi definirmi “consulente“ quando poi la remunerazione della società per cui lavoravo dipendeva dalle provvigioni dell’assicuratore presso il quale piazzavamo i rischi. L’idea del taglio delle commissioni o, in gergo tecnico, il “net quoting”, fu quindi l’idea base che mosse anche me quando, una volta iniziata l’attività di risk manager per la quale ero pagato (come lo sono oggi) direttamente dalle aziende clienti, chiedevo agli assicuratori diretti di quotare i rischi al netto delle provvigioni che avrebbero retrocesso ad un intermediario e devo dire che molti assicuratori, soprattutto quelli di provenienza estera, mi seguirono e quotarono i rischi secondo il concetto del “net quoting”.

Non sarà un caso che proprio uno di questi assicuratori ha dichiarato al riguardo: «Si è iniziato a valutare la figura dell’intermediario dal punto di vista del servizio e nei confronti di chi è prestato il servizio, ovviamente questo dibattito ha reso evidente il fatto che l’intermediario di assicurazione – in particolare il broker – è una figura atipica nell’intermediazione in generale perché lavora per conto di una parte e viene pagato dall’altra. Questo, secondo me, è un dibattito necessario e ci auguriamo, come organizzazione, che porti ad un chiarimento perché non è giusto che la “disclosure” (rivelazione) delle provvigioni rimanga un argomento tabù, è giusto che ci sia chiarezza, franchezza e soprattutto che si trovi una soluzione che vada bene per tutti. Noi siamo favorevoli alla “disclosure” delle provvigioni, peraltro ci sono dei mercati in Europa che già l’adottano, come i mercati scandinavi che ragionano già in base al sistema del “net quoting” che sicuramente è un principio complicato per gli operatori del settore, per gli intermediari che devono poi nel day to day spiegarlo ai loro clienti e cioè che invece di pagare il servizio attraverso una provvigione il cliente deve pagare una parcella/compenso. E’ sicuramente una strada in salita, un dibattito a volte difficile da sostenere nei confronti del cliente, ma ci si doveva arrivare; a questo punto era necessario trovare un chiarimento che purtroppo, a livello globale, ancora non c’é.» (fonte Assietica che riporta uno stralcio della relazione svolta dal dott. Enrico Bertagna, Rappresentante generale per l’Italia dei Lloyd’s, al XIV Convegno R.I.B. di Cap Ferrat, 2008).

Credo che anche di questo tema ne riparleremo nel corso dell’anno che è appena iniziato.

Le sfide del mercato assicurativo tra passato e presente.

Qualche tempo fa ho assistito al seguente enunciato circa le sette sfide per le compagnie assicurative italiane ed ora, quegli appunti su carta, li voglio condividere qui con voi.

Ecco i sette punti:

1. Offrire non solo polizze, ma anche servizi.
2. Puntare sulla customer orientationpercepita“ e non su quella “dichiarata“.
3. Diventare compagnia “multi-specialist“ e “focused“ e non restare generalista.
4. Puntare “sull’incremento di valore nel tempo“ e non sullo “shorterismo“ (puntare cioè su formazione ed investimento a medio-lungo termine).
5. Gestire i sinistri in ottica di gestione cliente e non con l’ottica di chiudere il sinistro (claims settlement).
6. Ridurre l’entità del danno e non soltanto i costi di gestione dei sinistri.
7. “Innovare e formare“ e non solo “gestire e addestrare“.

Chi parlava era Adolfo Bertani, oggi presidente di Cineas, ed era il 17 settembre 2004 ad un evento Munters.

Eravamo, dunque, a pochi anni dall’11 settembre 2001 e, se vi ricordate, le compagnie italiana godevano di un buon momento dal punto di vista finanziario, dato che avevano sfruttato la globalizzazione aumentando i premi nei rami danni (e riducendo le esposizioni come ad esempio per la clausola “Terrorismo e sabotaggio“ che venne “splittata“ dalla eventi sociopolitici), pur senza aver subito i sinistri che si erano verificati in altri paesi e soprattutto negli USA.

E ora una domanda: quali di questi sette punti vi sembrano siano stati fatti propri dal mercato assicurativo o da quale compagnia?

Cosa cambierà, anche nel mondo assicurativo, con la sentenza ThyssenKrupp?

Siamo dunque arrivati alla sentenza Tyssen in seguito al rogo della Thyssenkrupp di Torino, che provocò la morte di  sette operai dell’acciaieria che lavoravano alla linea 5 la notte del 6 dicembre 2007. Qualcuno l’ha definita “una svolta epocale”, in quanto non era mai successo che per una vicenda di morti sul lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale.

Herald Espenhahn, amministratore delegato per l’Italia della multinazionale, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione, mentre i consiglieri delegati Marco Pucci e Gerald Priegnitz, il direttore dello stabilimento torinese Giuseppe Salerno e il responsabile del servizio prevenzione rischi Cosimo Cafueri sono stati condannati a 13 anni e mezzo di reclusione. Per Daniele Moroni, dirigente con competenze nella pianificazione degli investimenti in materia di sicurezza antincendio, la pena comminata è stata di 10 anni e 10 mesi, anche superiore ai nove anni richiesti dall’accusa.
Non solo. La società TyssenKrupp Acciai Speciali Terni S.p.A., per l’applicazione di quanto previsto dal Decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità amministrativa, è stata condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, nonché all’esclusione da contributi e sovvenzioni pubbliche per sei mesi, al divieto di pubblicizzare i prodotti sempre per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali. Sanzioni che sommate ai risarcimenti alle parti civili, ai familiari delle vittime e alle spese legali porta il conto dell’acciaieria a superare i 20 milioni di euro.

Fatto il punto sulla sentenza (per la quale non mi sento ancora di esprimere un parere), vorrei fare qualche ragionamento sul più complesso tema della gestione dei rischi e, in particolare, sul riflesso che una condanna per dolo eventuale può avere sulle polizze assicurative.

Una delle testimonianze chiave è stata quella di Andrea Brizzi – ingegnere di Axa Assicurazioni – che affermò di aver trasmesso un documento con delle raccomandazioni, documento che doveva essere sottoscritto dai dirigenti della multinazionale ed essergli restituito, ma l’ing. Brizzi non ha più ricevuto niente. Pochi mesi prima del rogo il tecnico aveva ispezionato lo stabilimento per dare indicazioni sulle migliorie tecniche da apportare individuate in un sistema di rilevatori e ugelli in tutto lo stabilimento, dispositivi per il blocco di macchinari e tubi pieni di oli minerali, per un investimento di circa 80mila euro. Tali interventi erano anche finalizzati alla riduzione della franchigia che, dopo l’incendio di Krefeld, in Germania, nel 2006, da 50 milioni di euro era passata a 100 milioni di euro. Importi che vanno ricondotti all’esposizione complessiva del rischio se si pensa che si ragiona su macchinari, come quelli di «ricottura e decappaggio», che costano centinaia di milioni di euro. Secondo Brizzi sarebbe stato anche necessario “incrementare il numero degli addetti alle squadre di pronto intervento“, soprattutto degli addetti al secondo intervento ovvero, gli operai addestrati a utilizzare impianti idrici e idranti. La raccomandazione risale all’aprile 2007, otto mesi prima del rogo. E almeno un paio di mesi prima dell’annuncio dell’azienda di chiudere lo stabilimento (scelta che comportò la riorganizzazione delle mansioni e una progressiva riduzione del personale).

A questo punto, basandomi sulla mia esperienza personale mi chiedo:

  1. quante sono le aziende che, per scelta, sono ancora prive del Certificato di Prevenzione Incendi perché magari l’avvio della pratica le obbligherebbe ad effettuare tutta una serie di opere di prevenzione e, dunque, di investimenti?
  2. quante sono le aziende che, anche a fronte di una valutazione dei rischi per l’applicazione del D.Lgs. 81/2008 – Testo unico sulla sicurezza, sono a conoscenza di potenziali pericoli e rischi i cui interventi per la loro mitigazione vengono posposti per tutta una serie di ragioni (spesso economiche)?
  3. quando le informazioni sullo stato dei rischi aziendali sono desumibili dai documenti/verbali aziendali, nel caso si verifichi un incendio oppure un infortunio sul lavoro, si potrà ancora invocare l’involontarietà, la colpa (anche grave), oppure l’assicuratore cercherà invece di invocare il dolo eventuale con successiva esclusione della copertura assicurativa?
  4. si riflette abbastanza sul rischio di danno da reputazione che anche simili eventi portano con sé, oppure no?

Queste sono solo alcune delle domande che mi sto ponendo da qualche tempo e sulle quali invito tutti i colleghi risk manager, insurance manager e intermediari assicurativi a riflettere e a fare qualche pubblica considerazione sugli scenari futuri.

Le assicurazioni contro i rischi delle calamità naturali

I recenti casi di catastrofi naturali, ultimo tra tutti il terribile terremoto/maremoto accaduto in Giappone, ci pone l’obbligo di fare alcune considerazioni in relazione al nostro territorio nazionale in termini di sicurezza dello stesso e delle costruzioni che vi sono installate.

Mi tornano utili alcuni dati che ho letto in un numero di Broker del settembre-ottobre 2009 nel quale si parlava del tema oggetto di questo post e voglio dare subito alcuni numeri: in Italia, il 40 per cento della popolazione vive in aree a rischio sismico, dove il 64 per cento degli edifici non è costruito secondo le norme antisismiche (che esistono) e due milioni di persone sono esposte al rischio vulcanico.

Secondo uno studio del Cineas, nel solo decennio 1994-2004, per ripristinare i danni da alluvioni, terremoti e frane più gravi, lo Stato (quindi tutti noi) si è fatto carico di quasi 21 miliardi di euro. Soldi che non hanno minimamente inciso nella costruzione di una cultura della prevenzione e della tutela del territorio, oserei dire di una cultura di Risk Management applicata al pubblico.

In pratica, sottolinea il Cineas, oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e l’Italia è l’unico grande paese evoluto a non avere una legge sulle coperture assicurative per le catastrofi naturali così che il cittadino, da una parte non ha la garanzia di risarcimento e, dall’altra, non è responsabilizzato.

In relazione al tema dell’assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali anche delle abitazioni private è interessante sviluppare il concetto di avere franchigie legate in proporzione inversa alle misure adottate dalle Amministrazioni pubbliche locali per prevenire i danni da “catastrofe“ in modo che non vi possa essere il pensiero che i costi della non efficienza possano venire scaricare sul settore assicurativo. Sarebbe sicuramente interesse delle compagnie di assicurazione ridurre i risarcimenti futuri attraverso un’opera di monitoraggio e di incentivo all’applicazione di misure preventive idonee, con un effetto di parziale privatiazzione dei controlli, una via questa che potrebbe portare ad un maggior rispetto del territorio da parte sia degli amministratori (che sono sempre tentati di urbanizzare l’inverosimile) che dei cittadini.

E allora mi chiedo: e se le compagnie potessero intervenire anche in fase di redazione dei piani regolatori comunali o di loro varianti, fornendo indicazioni tramire i loro tecnici preparati in loss prevention o nella gestione dei sinistri (e ce ne sono), su come e dove è meglio costruire e quali opere di prevenzione andrebbero intraprese tutelare il territorio così da per evitare o almeno ridurre i danni da calamità, tutto ciò, non sarebbe semplicemente rivoluzionario?

Ma questo, in pratica, non significa forse fare del buon Risk Management?

Coincidenze: mentre stavo scrivendo questo post, il collega risk manager Enrico D’Alessandro membro dell’associazione locale “Progetto in Comune“ che ha organizzato l’evento, mi ha contattato in rete per invitarmi (peccato non poterci andare) a questo convegno che ha contribuito ad organizzare per il prossimo 5 aprile, qui la brochure, nella città di Tagliacozzo a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila proprio per fare il punto sui temi che ho appena trattato con partecipanti di tutto rilievo. Se leggi questo post e ti interessa l’argomento, contatta gli organizzatori e cerca di andare a questa interessante occasione di confronto.

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