Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

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RC Prodotti negli USA: la proximate cause


Sul variegato e complesso tema della Product Liability negli Stati Uniti, ho trovato interessante questa riflessione tratta da un articolo più ampio a cura di Riccardo Tacconi (che è stato per molti anni il responsabile del settore RC di Gerling Konzern in Italia). Negli USA, per la valutazione della responsabilità effettiva e della possibile prova liberatoria, si inseriscono i criteri di valutazione, quali ad esempio:

  • verifica se sono stati rispettati gli standard;
  • verifica se esiste una “proximate cause“ che limita la responsabilità a quei casi, in cui il danno ha una ragionevole connessione con il rischio creato dal fabbricante. La “proximate cause“ è valutata in termini di capacità di previsione. Così, se il fabbricante poteva – usando la dovuta diligenza – prevedere l’evento che si è verificato, è responsabile dei danni che ne conseguono. Se il rischio dato non poteva essere ragionevolmente anticipato, non si determina la proximate cause e quindi non viene riconosciuta la sua responsabilità.

Una sentenza di riferimento è stata emessa in California. Dei ragazzi scagliano sassi del peso di 2,5 pound (poco più di un kg) sulle auto di passaggio. Un camionista vede rompersi il suo parabrezza e subisce gravi danni cerebrali. I ragazzi sono condannati in sede penale a 12 anni di carcere. La casa produttrice del veicolo, la Navistar (un importante produttore di camion, veicoli pesanti e relative componenti) è ritenuta, però, responsabile in quanto, essendo tali atti prevedibili, il parabrezza doveva essere in grado di resistere. La Corte ha espressamente dichiarato: “so long as the road hazard is reasonably foreseeable, the manufacturer must take steps to address common risks caused by negligent drivers, debris thrown into roads by acts of nature, and even third-party criminal acts”, in quanto la strict liability dipende esclusivamente dalla prevedibilità o meno del fatto dannoso.

Avete capito come stanno le cose negli USA? Quindi, se sono un produttore che esporta negli USA e Canada, quale insegnamento dovremmo trarre da una simile sentenza e come ci attrezziamo se vogliamo entrare in quel mercato?

Per la sentenza citata vedi (Collins v Navistar 2013 DJAR 4169 – da United States: California Court Affirms Strict Product Liability Despite Third-Party- Criminal Act – 16 Aprile 2013)

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Intervista al rischio

Chi si occupa, come me, di questo lavoro, sa che è un tema molto sottostimato quello collegato alla probabilità che si verifichi un evento imprevisto a danno di cose o persone, la cui incidenza può variare sino a gravi conseguenze. Ci si sofferma poco sulla domanda: ma noi conosciamo a fondo il rischio, o meglio i rischi da fronteggiare?

Per capire che cosa significa rischio, gli amici di The White Swan lo hanno trovato e deciso di “intervistarlo“: il “rischio“, dunque, si racconta spiegando la sua natura mutevole ed imprevedibile…

Il risk manager e le imprese italiane

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E’ difficile affrontare il rischio. A quanto sembra, anche solo accettarne l’idea può turbare al punto da spingere gli esseri umani a rimuoverne il pensiero dalla mente, negandolo, oppure a rifugiarsi nel pensiero consolatorio che a loro non succederà mai nulla.

Per fortuna non è questo l’atteggiamento prevalente . Tuttavia, i significati emotivi legati al rischio sono un aspetto da non sottovalutare nell’ approccio a questo tema.

La maggior sensibilità alla gestione del rischio si trova nelle imprese di dimensioni maggiori e in quelle che si sono già trovate ad affrontare eventi catastrofici, mentre nelle aziende di dimensioni minori ci si concentra sui rischi legati al proprio core business e non ci si preoccupa dei rischi che non si conoscono, perché ancora non ci si è mai trovati nella necessità di fronteggiarli. Anzi, per molte imprese, l’analisi del rischio e le polizze per rischi non tradizionali sono solo degli inutili aggravi economici. Nell’immaginario manageriale, il risk manager è una via di mezzo fra Brancaleone e Sherlock Holmes: scova problemi nascosti con l’acume di un investigatore, ma poi è costretto ad affrontarli con la buona volontà e l’entusiasmo del personaggio picaresco creato da Mario Monicelli; eroico, certo, ma decisamente non adeguatamente attrezzato per affrontare le grandi imprese alle quali è chiamato.

Salvo, infine, arrivare in alcuni casi addirittura a dubitare che finisca per catalizzarle lui, il risk manager, le disgrazie …

Tutto ciò riflette abbastanza limpidamente un complessivo senso di inadeguatezza, umano e professionale, di fronte all’eventuale rischio della propria azienda. Così, al risk manager ideale, si chiedono molte competenze, sia tecniche sia giuridiche. E magari, soprattutto se non si è una multinazionale, la possibilità di poter ricorrere alla sua consulenza anche con servizi in outsourcing. 

Anche se ancora limitata, tuttavia inizia a farsi strada l’idea che le assicurazioni non dovrebbero limitarsi a offrire polizze, ma anche consulenze, supporto per l’individuazione e valutazione del rischio.

Si tende ad assimilare i concetti di rischio e di sicurezza e si avverte un rischio: quello di finire ingoiati dalle normative, sentite come farraginose, imprecise, troppo teoriche e generiche, non sufficientemente mirate sulle effettive realtà dei diversi settori dell’industria, quando addirittura non in parziale contraddizione fra di loro.

In sintesi, bisogna ancora imparare a vedere il rischio non come un pericolo, ma come una cultura, che modifica il modo di pensare e di agire. Per affrontare il rischio, basta pensarci prima.

(Testo liberamente tratto da un articolo di Risknews Anno 4 – n. 1 – Gennaio 2003)

Ocjo – Lavorare e vivere senza farsi male: si replica

Dopo la fantastica giornata dello scorso 28 settembre quando, presso il Teatro Candoni di Tolmezzo ed insieme a Flavio Frigè, Bruzio Bisignano e il duo dei Trigeminus (in arte Mara e Bruno Bergamasco), ho avuto modo di incontrare circa 800 lavoratori di Automotive Lighting Italia S.p.A. del plant di Tolmezzo, il 3 ottobre si replica per i lavoratori del terzo turno e quelli che non hanno potuto partecipare la volta scorsa. Questa volta saremo presso la sede dell’Agemont per parlare della sicurezza e dei rischi in un modo spero interessante, ma sicuramente denso di emozioni.

Una giornata particolare a Tolmezzo

Domani parteciperò, cercando di dare il mio contributo di risk manager, all’evento formativo organizzato da Automotive Lighting Italia S.p.A. del Gruppo Magneti Marelli con altri stimati professionisti. Un grazie all’ing. Andrea Peresson, responsabile della funzione Ambiente e Sicurezza che mi ha coinvolto in questo progetto.

Per visualizzare o scaricare la locandina, clicca qui.

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The Travel Risk Map 2016

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Grazie alla International SOS and Control Risks,  una società leader nel settore dei servizi di assistenza sanitaria e di sicurezza che affianca le aziende all’estero nel proteggere il proprio personale distaccato nel rispetto degli obblighi di tutela dei dipendenti, diventando parte integrante del sistema aziendale di gestione dei rischi e per questo ben conosciuta dai risk manager che si trovano a dover gestire i viaggi e le missioni all’estero del personale, vi propongo di dare un’occhiata (e anche più di un’occhiata) alla Travel Risk Map 2016 che la International SOS ha messo a punto e che potrete scaricare in formato pdf da questo link: international-sos-travel-risk-map-2016.pdf.

Questo post si lega perfettamente con il mio precedente Travel Risk Management che pubblicai l’anno scorso proprio per trattare un argomento di cui dovrebbero appropriarsi tutte le Imprese (e non solo) che si trovano a dover gestire i viaggi e le missioni all’estero del proprio personale.

Direttiva macchine e rischio RCO

In questi anni mi è capitato più volte di partecipare ad alcuni seminari nei quali si trattava l’argomento della Direttiva Macchine e, in uno dei più recenti, si è riflettuto sia sulla responsabilità del datore di lavoro che progetta e produce le macchine per venderle, di chi le acquista per i suoi processi produttivi, ma anche di quelle aziende che utilizzano macchinari auto-prodotti per le proprie esigenze produttive.

Innanzitutto mi sono chiesto quanti datori di lavoro abbiano chiaro che, anche se la macchina è auto-prodotta, deve essere predisposta un’adeguata documentazione come il  Fascicolo Tecnico della Costruzione, a tacere poi di quante volte avvengono delle modifiche non autorizzate su macchine marcate CE con tutto quanto questo comporta in termini di rischi e, dunque di responsabilità.

E poi mi sono chiesto, ma un’azienda che svolge una certa attività, poniamo produzione e commercializzazione di abbigliamento che è assicurata per la RCO sulla base di tale attività, nel caso dovesse verificarsi un infortunio su una macchina auto-prodotta, tale infortunio risulterà coperto dall’apposita copertura RCO, oppure tale evento rappresenta un rischio “altro“ rispetto a quello principale (nella descrizione dell’attività svolta, infatti, non viene citata anche la produzione di macchinari in proprio), e dunque non sarà coperto dalla polizza?

Pensiamoci!

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