Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

“Non dobbiamo prepararci solo a ciò che possiamo prevedere, ma anche a ciò che non è prevedibile“.

Archivio per ritenzione

Misurare la propensione al rischio

Dopo averlo incrociato in rete, ho conosciuto personalmente Fabio Franzolin, un giovane ingegnere gestionale che, assieme ad un socio, sta cercando di imboccare l’irta strada del risk manager consulente e gli auguro di riuscirci. Conoscendo la mia passione per la rete, mi ha inviato un suo contributo nel quale propone una semplice, ma efficace riflessione su come misurare la propensione al rischio del Top Management dell’impresa quando si tratta di definire un livello di autoassicurazione (franchigia o scoperto).

Ecco ciò che scrive Fabio.

“In fase di trasferimento assicurativo bisogna quantificare l’accettazione del rischio con franchigie frontali. Di solito si introducono cifre pulite, piene, multipli di 5.000 € per intenderci. Tuttavia sono abbastanza convinto che non sia il metodo giusto.

Un metodo che utilizzo prevede 3 domande per il top management:
1. Qual è la cifra che l’azienda può permettersi di spendere in caso di un imprevisto improvviso?
2. Qual è l’importo al di sopra del quale si deve ricorrere per forza ad un finanziamento?
3. Qual è il deposito nei conti correnti della società al 31 dicembre? Dovrà subire forti variazioni?

Le domande incidono in modo diverso nella definizione della franchigia frontale e, naturalmente, la prima domanda ha il peso maggiore.

Ci sono altre considerazioni e critiche che si possono fare al riguardo: piuttosto di chiedere quanto l’azienda è disposta a spendere in caso di sinistro, si potrebbe chiedere quanto è disposta a perdere annualmente negli eventuali sinistri, oppure si potrebbero aggiungere delle domande per poter definire meglio la cifra di accettazione del rischio.“

Quello proposto da Fabio mi pare un buon inizio al quale aggiungo quello che sono solito utilizzare e che è basato sull’analisi dei dati raccolti, soprattutto se si è in possesso una storia sui sinistri.

Per prima cosa provvedo a chiedere all’assicuratore un progetto che prevede l’inserimento di alcune franchigie frontali (determinate utilizzando magari anche il metodo su esposto) a carico dell’Azienda, ciò per valutare se sia conveniente per l’Azienda  farsi carico dei sinistri fino all’importo della franchigia a fronte di un contenimento dei costi assicurativi (il premio di polizza).

Lo schema adottato è il seguente:

A) conoscere innanzitutto il valore complessivo dei beni da assicurare;
B) individuare, poi, i costi  assicurativi applicando  alla somma prima determinata le quotazioni assicurative per le diverse franchigie richieste;
C) utilizzare, se disponibile,  la “storia sinistri” (non inferiore a 5 anni);
D) per ogni livello di franchigia prima ipotizzato (punto B):

1. sommare al costo assicurativo di cui al punto B) il totale delle effettive ritenzioni ipoteticamente subite per ogni sinistro: si otterrà, in tal modo, un costo totale per ogni franchigia;

2. determinare il totale dei sinistri liquidati nel periodo di tempo esaminato (al netto, quindi, delle franchigie ipotizzate);

3. confrontare il costo totale per franchigia di cui al punto 1. con il totale dei sinistri di cui al punto 2.

La franchigia ottimale sarà quella per la quale si realizza l’uguaglianza fra costo totale e risarcimento ipoteticamente ottenuto.

Tutto chiaro? Qualcuno ha qualche altro suggerimento?

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Programma assicurativo: delegare o ritenere?

rm-para-il-rischio.jpgQual’è, per un’Azienda o un ente pubblico, il valore aggiunto tra la gestione diretta dei rischi e delle coperure assicurative e la delega di questi temi a soggetti esterni? Dato che da molti anni anni ho deciso di fare il risk manager, un’idea in mente ce l’ho, ma per rispondere a questa domanda mi viene in aiuto quanto scritto da Peppin Pignolo, risk manager del gruppo Gucci, in “Danni Diretti“ – Egea editore.

“Il trasferimento di un’eventualità di rischio a terzi o a compagnie di assicurazioni è il caso più semplice, ma, sotto certi aspetti, anche quello più dispendioso. In questo caso il risk manager ha due possibilità:

1. può lui stesso, su mandato della società, interrogare il mercato e quotare il rischio sulla base della valutazione fatta tra l’azienda (richiedente o, meglio, proponente) e la compagnia (assicuratore). In questo caso egli può, con una profonda conoscenza del prodotto assicurativo, intervenire sui parametri standard dettati dalle compagnie, in maniera tale da costruire un “vestito su misura” per l’evento che si intende trasferire;

2. può comunque interrogare il mercato, ma dando lui stesso mandato a terzi (brokers, consulenti assicurativi) che, sulla base di parametri forniti, interrogano il mercato e forniscono il prodotto finito, cioè la polizza assicurativa.

In entrambi i casi il risk manager ha la possibilità di avere un contratto o una polizza assicurativa che garatisce l’evento dannoso ma, mentre nel primo caso è lui stesso l’attore protagonista di tutto il processo, nel secondo egli diviene una sorta di fruitore del servizio di terzi specializzati nel settore.

Inoltre nel primo caso si ha la percezione di come l’assicuratore ragioni e quali siano i parametri che possono cambiare l’eventuale esposizione di rischio e, conseguentemente, del premio di polizza (prezzo).

Nel secondo caso, invece, il risk manager è solo spettatore e non può intervenire in alcun modo sulle scelte strategiche di copertura dell’intermediario“.

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