Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

“Non dobbiamo prepararci solo a ciò che possiamo prevedere, ma anche a ciò che non è prevedibile“.

Archivio per Assicurazioni

Le sfide del mercato assicurativo tra passato e presente.

Qualche tempo fa ho assistito al seguente enunciato circa le sette sfide per le compagnie assicurative italiane ed ora, quegli appunti su carta, li voglio condividere qui con voi.

Ecco i sette punti:

1. Offrire non solo polizze, ma anche servizi.
2. Puntare sulla customer orientationpercepita“ e non su quella “dichiarata“.
3. Diventare compagnia “multi-specialist“ e “focused“ e non restare generalista.
4. Puntare “sull’incremento di valore nel tempo“ e non sullo “shorterismo“ (puntare cioè su formazione ed investimento a medio-lungo termine).
5. Gestire i sinistri in ottica di gestione cliente e non con l’ottica di chiudere il sinistro (claims settlement).
6. Ridurre l’entità del danno e non soltanto i costi di gestione dei sinistri.
7. “Innovare e formare“ e non solo “gestire e addestrare“.

Chi parlava era Adolfo Bertani, oggi presidente di Cineas, ed era il 17 settembre 2004 ad un evento Munters.

Eravamo, dunque, a pochi anni dall’11 settembre 2001 e, se vi ricordate, le compagnie italiana godevano di un buon momento dal punto di vista finanziario, dato che avevano sfruttato la globalizzazione aumentando i premi nei rami danni (e riducendo le esposizioni come ad esempio per la clausola “Terrorismo e sabotaggio“ che venne “splittata“ dalla eventi sociopolitici), pur senza aver subito i sinistri che si erano verificati in altri paesi e soprattutto negli USA.

E ora una domanda: quali di questi sette punti vi sembrano siano stati fatti propri dal mercato assicurativo o da quale compagnia?

Le assicurazioni contro i rischi delle calamità naturali

I recenti casi di catastrofi naturali, ultimo tra tutti il terribile terremoto/maremoto accaduto in Giappone, ci pone l’obbligo di fare alcune considerazioni in relazione al nostro territorio nazionale in termini di sicurezza dello stesso e delle costruzioni che vi sono installate.

Mi tornano utili alcuni dati che ho letto in un numero di Broker del settembre-ottobre 2009 nel quale si parlava del tema oggetto di questo post e voglio dare subito alcuni numeri: in Italia, il 40 per cento della popolazione vive in aree a rischio sismico, dove il 64 per cento degli edifici non è costruito secondo le norme antisismiche (che esistono) e due milioni di persone sono esposte al rischio vulcanico.

Secondo uno studio del Cineas, nel solo decennio 1994-2004, per ripristinare i danni da alluvioni, terremoti e frane più gravi, lo Stato (quindi tutti noi) si è fatto carico di quasi 21 miliardi di euro. Soldi che non hanno minimamente inciso nella costruzione di una cultura della prevenzione e della tutela del territorio, oserei dire di una cultura di Risk Management applicata al pubblico.

In pratica, sottolinea il Cineas, oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e l’Italia è l’unico grande paese evoluto a non avere una legge sulle coperture assicurative per le catastrofi naturali così che il cittadino, da una parte non ha la garanzia di risarcimento e, dall’altra, non è responsabilizzato.

In relazione al tema dell’assicurazione obbligatoria per i rischi catastrofali anche delle abitazioni private è interessante sviluppare il concetto di avere franchigie legate in proporzione inversa alle misure adottate dalle Amministrazioni pubbliche locali per prevenire i danni da “catastrofe“ in modo che non vi possa essere il pensiero che i costi della non efficienza possano venire scaricare sul settore assicurativo. Sarebbe sicuramente interesse delle compagnie di assicurazione ridurre i risarcimenti futuri attraverso un’opera di monitoraggio e di incentivo all’applicazione di misure preventive idonee, con un effetto di parziale privatiazzione dei controlli, una via questa che potrebbe portare ad un maggior rispetto del territorio da parte sia degli amministratori (che sono sempre tentati di urbanizzare l’inverosimile) che dei cittadini.

E allora mi chiedo: e se le compagnie potessero intervenire anche in fase di redazione dei piani regolatori comunali o di loro varianti, fornendo indicazioni tramire i loro tecnici preparati in loss prevention o nella gestione dei sinistri (e ce ne sono), su come e dove è meglio costruire e quali opere di prevenzione andrebbero intraprese tutelare il territorio così da per evitare o almeno ridurre i danni da calamità, tutto ciò, non sarebbe semplicemente rivoluzionario?

Ma questo, in pratica, non significa forse fare del buon Risk Management?

Coincidenze: mentre stavo scrivendo questo post, il collega risk manager Enrico D’Alessandro membro dell’associazione locale “Progetto in Comune“ che ha organizzato l’evento, mi ha contattato in rete per invitarmi (peccato non poterci andare) a questo convegno che ha contribuito ad organizzare per il prossimo 5 aprile, qui la brochure, nella città di Tagliacozzo a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila proprio per fare il punto sui temi che ho appena trattato con partecipanti di tutto rilievo. Se leggi questo post e ti interessa l’argomento, contatta gli organizzatori e cerca di andare a questa interessante occasione di confronto.

Polizze Pluriennali: facciamo il punto

Dato che è passato un pò di tempo da quando ho parlato per  la prima volta del tema delle polizze poliennali e poi ancora una seconda quando è stata appartata una modifica all’art. 1899 c.c., ho trovato questo articolo http://www.finanzaediritto.it/articoli/il-regime-delle-disdette-nelle-polizze-pluriennali-dei-rami-elementari-5262.html che riporto qui di seguito proprio per renderlo immediatamente disponibile per una lettura che mi auguro buona ed utile.

Bisogna tenere ben presente che, a seguito della recente modifica dell’art 1899 Cod. civ., vigono nel nostro ordinamento diversi regimi normativi, relativamente alla disdettabilità delle polizze pluriannuali. La pluralità dei regimi deriva dal fatto che il provvedimento che ha modificato nuovamente l’art 1899 Cod civ , la legge 99/2009, è andato a modificare quanto fu introdotto dal c.d. Decreto Bersani Bis (convertito nelle lg n. 40 del 2 aprile 2007), in tema di polizze pluriennali.

Tutto questo potrà sembrare per qualcuno un po’ oscuro, ed allora vediamo di riassumere brevemente il regime della disdettabiltà delle polizza pluriennali (ovviamente per i rami elementari).

A) CONTRATTI PLURIENNALI IN VIGORE STIPULATI ANTECEDENTEMENTE ALLA DATA DEL 3 APRILE 2007 (Legge 40/2007)

Come ho già detto questa categoria di polizze oggi praticamente non esiste più.
Ma potendo oggi essere ancora in corso rapporti pendenti, ricordo che questo tipo di contratti potevano essere disdettati annualmente solo se decorsi almeno tre anni dalla loro stipula tramite lettera raccomandata AR con 60 gg di preavviso rispetto alla scadenza di ogni annualità (o anche meno se la polizza prevede un termine inferiore ai 60gg.). Altrimenti, possono essere disdettati per la loro naturale scadenza se vi è tacito rinnovo.

B) CONTRATTI PLURIENNALI STIPULATI FRA LA DATA DEL 3 APRILE 2007 E IL GIORNO 14 AGOSTO 2009 (Legge 40/2007)

I contratti pluriennali emessi dal giorno 3/4/07 e fino al 14 agosto 2009 sono disdettabili annualmente con preavviso di 60 gg. (o anche meno se la polizza prevede un termine inferiore ai 60gg.). E’ noto a tutti che, a seguito della legge 40/07, molte Compagnie hanno cessato di emettere polizze pluriennali. Pertanto molte agenzie potevano emettere solo polizze con durata annuale. E’ ovvio che queste possono essere sempre disdettate alla loro scadenza annuale se vi è tacito rinnovo.

C) CONTRATTI STIPULATI DAL 15 AGOSTO 2009 IN POI

Come ho già accennato sopra, a decorrere dal 15/8/09 è stato nuovamente riformato l’art 1899 Cod civ. Infatti l’art 21 della Legge 99/2009 – che ha disposto tale modifica – ha nuovamente permesso alle Compagnie la possibilità di stipulare polizze poliennali ma solo a determinate condizioni. In forza di questo ultimo provvedimento i contratti pluriennali – con esplicitazione di uno sconto rispetto alla tariffa frontale – con durata inferiore o pari ai cinque anni, non possono essere disdettati, ma occorre attendere la loro naturale scadenza fermo restando l’obbligo di 60 gg di preavviso in caso di tacito rinnovo. I contratti con esplicitazione di uno sconto di durata superiore ai cinque anni, possono essere disdettati ma solo se trascorso il quinquennio con preavviso di sessanta giorni con effetto dalla fine dell’annualità nel corso della quale la facoltà di recesso può essere esercitata. Dal che si dovrebbe dedurre che i contratti senza esplicitazione di uno sconto, ancorchè pluriennali, possono essere disdettati con preavviso di 60 gg ad ogni scadenza annuale .

Infine è da rilevare come il legislatore abbia inserito nel provvedimento una disposizione che regola il passaggio fra i due regimi. Infatti, ai sensi del successivo comma 4 dell’ art. 21, tale disposizione si applica ai soli contratti stipulati successivamente alla data di entrata in vigore della stessa legge. Pertanto tale regime si applica solo ai contratti stipulati successivamente al 15 agosto 2009, mentre per quelli stipulati anteriormente resta valido il regime di cui al precedente punto B) delineato dalla Legge 40/07 fino alla loro estinzione.

Tutto chiaro?

Solo per precisare una cosa e cioè che la <strong>“disdetta“</strong> della polizza – intesa nel senso di atto con il quale una delle parti impedisce la proroga di una polizza assicurativa (prevista in forma di “tacita proroga”), tramite la comunicazione prevista dalle condizioni contrattuali – è giuridicamente diversa dal “<strong>recesso</strong>“ disciplinato dal cosiddetto “decreto Bersani” di cui al D.L. n. 7/2007 convertito in legge n. 40/2007, oppure dall’attuale formulazione dell’articolo 1899 del codice civile per i contratti assicurativi stipulati dopo il 15 agosto 2009.

Aggiornamento del 26 luglio 2012.

Nel sito dell’ISVAP, alla pagina per il Consumatore accedendo al link delle domande più frequenti, scegliendo poi dal menù a tendina “Polizze poliennali: recesso“, si leggono le seguenti possibilità, senza citare i termini di recesso diversi dai 60 giorni se la polizza prevede termini inferiori a questi:

1. Per i contratti stipulati antecedentemente al 3 aprile 2007, data di entrata in vigore della legge 40/2007 (legge Bersani), l’assicurato ha la facoltà di recedere dal contratto alla ricorrenza annuale senza oneri e con preavviso di 60 giorni, se sono decorsi almeno tre anni dalla stipula.

2. Per i contratti stipulati successivamente al 3 aprile 2007, data di entrata in vigore della legge 40/2007 e sino al 15 agosto 2009, data di entrata in vigore della legge n. 99/2009, l’assicurato ha la facoltà di recedere annualmente dal contratto senza oneri e con preavviso di 60 giorni.

3. Per i contratti stipulati successivamente al 15 agosto 2009, data di entrata in vigore della legge 99/2009, se il contratto supera i cinque anni, l’assicurato, trascorso il quinquennio, ha facoltà di recedere dal contratto alla ricorrenza annuale con preavviso di 60 giorni.

Solo per precisare una cosa e cioè che la <strong>“disdetta“</strong> della polizza – intesa nel senso di atto con il quale una delle parti impedisce la proroga di una polizza assicurativa (prevista in forma di “tacita proroga”), tramite la comunicazione prevista dalle condizioni contrattuali – è giuridicamente diversa dal “<strong>recesso</strong>“ disciplinato dal cosiddetto “decreto Bersani” di cui al D.L. n. 7/2007 convertito in legge n. 40/2007, oppure dall’attuale formulazione dell’articolo 1899 del codice civile per i contratti assicurativi stipulati dopo il 15 agosto 2009.

Mappa dei rischi all’esportazione

Grazie alla discussione lanciata da Salvatore Infantino su Linkedin,“Gestione dei rischi in tempi di rivoluzione“ in merito ai recenti eventi in Tunisia, Egitto, Libia e Medio Oriente, ho potuto apprezzare la Country Risk Map del Gruppo SACE.

Nel box “Osservatorio paesi“ è anche possibile ottenere tutta una serie di informazioni più specifiche riassunte in una scheda paese come ad esempio quella relativa all’Argentina.

Sono informazioni utili e, devo dire, spesso molto poco conosciute dalle stesse imprese che si trovano ad affrontare i rischi senza una conoscenza del rischio paese e, dunque, senza un’adeguata politica di Risk Management.

2011 Political Risk Map

Attraverso Twitter mi rammentano che Aon Risk Solutions, supportata dalla Oxford Analytica, ha pubblicato anche quest’anno (mi pare sia la 18esima edizione) l’interessante Political Risk Map, una mappa del rischio di 211 paesi, dei quali vengono presi in esame i seguenti fattori di rischio: inconvertibilità della valuta, trasferimenti di denaro, scioperi, rivolte, guerre civili, attività terroristiche, default dei paesi, interferenze politiche, interruzione degli approvvigionamenti, sistemi legislativi e regolamentazioni restrittive.

Dallo studio condotto quest’anno (qui la Political Risk Map del 2010), 19 paesi di quelli analizzati hanno fatto registrare un innalzamento dei livelli di rischio: Algeria, Benin, Unione delle Comore, Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Dominica, Grenada, Haiti, Antille, St Kitts e Nevis, St Lucia, St Vincent, Trinidad, Myanmar, Islanda, Bahrain.

Cinque nuovi paesi (Madagascar, Niger, Venezuela, Kyrgyzstan e Thailandia) hanno fatto registrare un incremento del livello di rischio politico legato al pericolo di guerre, insurrezioni, colpi di stato.

Per quanto riguarda il rischio di inconvertibilità della valuta, ovvero la presenza di norme restrittive che ostacolano i pagamenti e le attività commerciali in moneta locale, i paesi che si sono aggiunti a quelli del 2010 sono: Algeria, Burkina Faso, Repubblica Centro Africana, Chad, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Madagascar, Niger, Afghanistan, Montenegro, Lituania e Mecedonia.

Undici nuovi paesi hanno fatto registrare un elevato grado di rischio legato ad attività sovversive e terroristiche, tra cui: Angola, Chad, Belize, Austria e Bahrain.

Il rischio di default è stato il principale fattore di crescita del rischio politico in paesi quali: Antigua e Barbuda, Barbados, Bermuda, Isole Cayman, Unione delle Comore, Dominica, Groenlandia, Antille, St Lucia, St Kitts e Nevis.

Dieci nuovi paesi, tra cui Madagascar, Malawi, Uganda, presentano un alto di livello di rischio legato a sistemi legislativi obsoleti e normative restrittive.

Infine, in tre nuovi paesi (Afghanistan, Benin e Zambia) si è verificato un modesto innalzamento del rischio legato alla nazionalizzazione e statalizzazione delle imprese.

Beverly Marsden, condirettore di Aon Risk Solutions, ha detto: “Il rischio di default dei paesi è un problema di portata globale. La critica congiuntura economica degli ultimi due anni ha peggiorato la situazione, tutti i paesi con un’economia basata sul turismo ne hanno sofferto e per la prima volta anche paesi considerati stabili, come l’Islanda, devono affrontare problemi di mancata solvibilità”.

I paesi che invece presentano una diminuzione del livello di rischio sono: Kenia, Mozambico, Ruanda, Uganda, Zambia, Panama, Uzbekistan, Indonesia, Malesia, India.
Da aggiungere che il Brasile, la Columbia e il Messico sono riusciti ad abbassare sensibilmente il livello generale di rischio geopolitico, sfruttando al meglio le relazioni commerciali internazionali.

L’Italia, per gli analisti, resta stabile con un livello di rischiosità basso (anche se credo che il nostro paese non riesca ad attrarre investimenti esteri proprio per la mancanza di una politica industriale degna di questo nome).

Tra i lettori c’è qualcuno che ha avuto esperienze con la Political Risk Map, nel senso che si è ritrovato con i dati riportati nella stessa?

Dal cielo “piovono“ serbatoi e ordigni esplosivi

Foto da Il Gazzettino

Come era avvenuto l’anno scorso a Tamai di Brugnera qualche giorno fa un altro aereo da combattimento F16, del trentunesimo Fighter Wing, di stanza al Comando dell’aeroporto Pagliano e Gori di Aviano (PN) – sede della base Usaf – ha dichiarato emergenza alle 19.04 di lunedì sera 15 novembre a seguito della quale ha sganciato due serbatoi pieni di cherosene e si è liberato anche di un missile ‘Marverick’ nel territorio di Maniago (provincia di Pordenone). Si trattava di due serbatoi supplementari di carburante – della capacità stimata per ognuno di circa mille litri di gasolio per aviazione – e di munizionamento inerte da esercitazione (un razzo, del peso di oltre duecento chili) cioè privo di esplosivo e dunque caricato con cemento. I due serbatoi sono stati ritrovati in un campo privato, adiacente al poligono militare di tiro del Dandolo, dove il Top Gun “avrebbe voluto depositarli“, dopo averli liberati dai supporti da un’altezza di circa 400-500 metri dal suolo. I due grossi contenitori si trovavano ad una distanza di circa un chilometro l’uno dall’altro, lungo via Pola. Il primo recipiente in acciaio è precipitato a meno di duecento metri da un’azienda agricola, cui è annessa l’abitazione del proprietario. Altri piccoli detriti e frammenti sono sparsi in un raggio di alcune centinaia di metri dal luogo del primo impatto al suolo.

Dal punto di vista della “gestione della crisi“ c’è da constatare l’assenza di segnali concilianti da parte del personale della Base che pare non abbiano effettuato nemmeno una visita per portare le scuse del comando Usaf agli abitanti della zona che, diciamolo pure, l’hanno scampata per miracolo, tanto che sul giornale locale “Il Gazzettino“ hanno dichiarato: «Saremo all’antica – commentano i residenti -, ma un sopralluogo da parte del comandante della struttura militare, o di un suo delegato, ci avrebbe fatto piacere». «Qui non si tratta di monetizzare l’accaduto – aggiungono -, ma di prendere coscienza che simili rischi non si devono più far correre alla popolazione. La notte scorsa abbiamo dormito poco pensando che potevano essere morti».

Ora rimangono da bonificare i terreni inquinati dallo sversamento di migliaia di litri di gasolio per aviazione e sono già iniziati i lavori per trattare i terreni su cui sono stati lanciati i serbatoi in apposite discariche per lo smaltimento degli idrocarburi. Il costo stimato è di circa 300 mila euro che per intanto pagherà lo Stato (cioè tutti noi).

Quello che mi chiedo, come risk manager oltreché come cittadino, è se vale di più portare a casa aereo e pilota anche a costo di alcune vittime civili: dove sta la stima del rischio e chi la decide?

Nota posta scriptum: in una polizza Property di un’azienda che si trova nel raggio di volo degli aerei della base di Aviano, dopo un’analisi dei rischi tra le garanzie di polizza feci inserire anche quella dei danni derivanti dalla caduta di ordigni esplosivi da aeromobili, un rischio, che, stando a questi avvenimenti, pare tutt’altro che remoto!

iPad piace ai Lloyd’s di Londra

Volevo solo “twittare la notizia“, ma poi, da appassionato e da convinto assertore dell’uso delle tecnologie nel mondo della gestione dei rischi e delle assicurazioni, mi sono detto che valeva la pena riportare l’intero post così come l’avevo letto su theapplelounge.com. Così come è stato per l’Phone, sono certo che anche e ancora meglio per l’iPad, ci saranno applicazioni e servizi che ci renderanno ancora più efficace ed efficiente le nostre attività e ci aiuteranno anche a pensare in maniera diversa. Ecco cosa ho letto.

La Lloyd’s di Londra, la società che gestisce il mercato UK delle grandi assicurazioni internazionali, ha avviato una sperimentazione per favorire l’integrazione dell’iPad nelle procedure di sottoscrizione dei contratti assicurativi. Il dispositivo di Apple è visto come la possibile soluzione all’inefficienza di alcune pratiche, come quelle di firma dei contratti, ancora troppo legate all’utilizzo di documentazione cartacea con tutto quel che ne consegue in termini logistici e di archiviazione.

A collaborare con Lloyd’s in questi primi tre mesi di test saranno  i broker della Marsh, di Cooper Gay e di RK Harrison Group, tutti entusiasti della scelta tecnologica. Se il “pilot” avrà successo l’utilizzo dell’iPad verrà esteso anche ad altre società.

Il Tablet di Cupertino avrà una vera e propria funzione di fascicolo elettronico in cui saranno “trasportati” tutti i documenti di una transazione. La possibilità di correggere i documenti, fare revisioni al volo senza dover attendere una nuova stampa o la possibilità di prendere annotazioni immediatamente sincronizzabili e integrabili è visto come il grande vantaggio che iPad può fornire al mercato assicurativo:

“Rimpiazzando semplicemente la carta con qualcosa di più facile da trasportare, ma che permette correzioni e collegamenti ad altri servizi,” ha detto Sue Langley, direttrice della divisione market operations di Lloyd’s al Post“continuiamo a supportare la sottoscrizione e la negoziazione faccia a faccia che rende unica Lloyd’s”.

Il successo dell’iniziativa? Assicurato. 🙂

Le macchine e il prodotto sicuro

Segnalo che Martedì 9 novembre 2010, ore 14.30 – 18.30 presso la Sala Convegni dell’Unione Industriali Pordenone, si terrà il primo di due incontri sul tema di come si “Costruiscono e acquistano le macchine a norma“ dal titolo: “LE MACCHINE E IL PRODOTTO SICURO”

I relatori di questo primo incontro saranno:

– l’Ing. Ugo Fonzar – Consulente Sicurezza Macchine
Nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE e il recepimento italiano D.Lgs. 17/2010 – Le principali novità introdotte rispetto alla precedente Direttiva Macchine 98/37/CE – DPR 459/96 La nuova definizione di macchina e le quasi-macchine. L’iter CE – la marcatura CE – le novità sulla dichiarazione CE di conformità – il manuale delle istruzioni per l’uso. Le novità sui requisiti essenziali di sicurezza. Le nuove sanzioni amministrative e quelle penali. La responsabilità amministrativa dell’impresa – l’art. 517 c.p. e la sua rilevanza ex D.Lgs. 231/01 (cenni). La responsabilità del produttore da prodotto difettoso (cenni).

– Mauro A. Del Pup – Risk Manager
Il risk management del prodotto sicuro. – La responsabilità del produttore da prodotto difettoso. Le forme di tutela aziendale. Le assicurazioni RC Prodotti e da fornitura. Il mercato USA, Canada e Messico e il resto del Mondo.

Il mio obiettivo, dunque, sarà quello di affrontare il tema di come si dovrebbe gestire il rischio R.C. Prodotti anche a prescindere dalla polizza di assicurazioni e di dare qualche indicazione sul mercato USA e Canada.
Gli argomenti per il tempo a mia disposizione sono tanti e allora mi sento di dire: “Io, speriamo che me la cavo“.

ANIA: Pmi, non tutti i rischi sono coperti

La partecipazione al convegno Assicurazione e accesso al credito per le piccole e medie imprese organizzato da Assicurazioni Generali e Unindustria Treviso lo scorso 15 ottobre presso la Direzione per l’Italia delle Generali a Mogliano Veneto (foto), in occasione del quale il Group-ceo, Giovanni Perissinotto, ha presentato il progetto “Zoom-Pmi” – per facilitare l’analisi dei rischi ed il check up delle esigenze assicurative proprio delle PMI (del quale dirò meglio in seguito così come anche delle riflessioni emerse in quella giornata), mi offre l’occasione per postare queste poche righe che avevo preparato nei primi mesi del 2010 quando mi era capitato tra le mani lo studio dell’ANIA curato da Luigi Guiso su Assicurazioni e PMI, condotto tra il 2008 e il 2009 su un campione di 2295 imprese italiane con meno di 250 addetti, dalla lettura del quale si apprende che non tutti i rischi sono coperti e che il 14% delle imprese è privo di un’assicurazione contro il rischio di incendio, mentre altre rivelano che alcune coperture non gli sono mai state proposte e, quindi, che ne ignorano l’esistenza.

E ancora l’indagine mette in evidenza che:

  1. il 33% è privo di assicurazione verso terzi e i dipendenti (il 42% per le imprese con meno di 15 addetti);
  2. il 90% è privo di assicurazione contro rischi ambientali.

Nel complesso, la maggior parte delle piccole imprese è assicurata per non più di tre rischi e solo il 14% contro più di cinque rischi.

Credo ciò dipenda anche dal fatto che, se l’assicuratore o meglio l’intermediario assicurativo non conosce i rischi dell’impresa, la sua realtà, ciò che avviene all’interno e all’esterno di essa, non può nemmeno proporre soluzioni assicurative. Il mercato spesso si “inventa le coperture“ mentre bisognerebbe entrare all’interno dell’impresa per capirne le sue dinamiche, intercettarne i bisogni e proporre soluzioni assicurative adeguate quando non innovative, per un mondo che è cambiato profondamente dove oggi più che agli asset materiali è importante guardare a quelli di natura immateriale.

Inoltre, la mia personale opinione in tanti anni di attività a contatto con il mondo assicurativo è che ci sia una avversione verso la soluzione assicurativa dato che questa appare di difficile comprensione per l’assicurato: qui le compagnie avrebbero un ruolo importante di semplificazione del linguaggio (detto volgarmente “l’assicurese“) mirando ad avvicinare due mondi, quello dell’assicurato e quello dell’assicuratore, troppo spesso distanti.

Lo studio evidenzia poi che le imprese che hanno una maggiore copertura assicurativa ottengono dalle banche tassi più bassi, dichiarano di essere razionate con una minore probabilità e riescono ad ottenere credito da un numero maggiore di banche. I risultati della ricerca suggeriscono che un sistematico utilizzo nei modelli interni delle banche dell’informazione sulle coperture assicurative delle imprese potrebbe portare a una migliore valutazione del loro merito creditizio (a proposito, che fine ha fatto Basilea 2?) aspetto che però, anche nella mia esperienza, è ancora di là da venire dato che purtroppo non mi è mai capitato che una banca venisse a chiedere informazioni sulle politiche di gestione dei rischi dell’azienda alla quale doveva erogare il credito, mentre credo fermamente che questa sia una strada da perseguire con convinzione da tutti gli attori.

In tutto questo, sono altrettanto convinto che il ruolo del risk manager funga anche da “facilitatore linguistico“ tra questi mondi quello industriale da una parte e quello assicurativo e bancario dall’altro.

Chi vuole dire qualcosa al riguardo?

Generali assicurazioni sbarca sull’iPhone con iPolizza

L’anno scorso avevo scritto della compagnia assicurativa Nationwide che, per prima (almeno a quanto mi constava), aveva lanciato un’interessante applicazione per iPhone legata alla gestione della denuncia di un sinistro auto, denuncia che poteva essere fatta dal luogo dell’incidente utilizzando appunto l’iPhone.

Mi chiedevo quando avremmo potuto vedere un’applicazione simile nel mercato assicurativo italiano ed ora posso dire che finalmente ci siamo e la strada è aperta anche per gli altri competitor.

E,’ dunque, con piacere che registro la nascita di questa app per iPhone denominata iPolizza delle Assicurazioni Generali (dedicata ai clienti delle reti di Assicurazioni Generali, Alleanza, Augusta Assicurazioni, Fata Assicurazioni, INA Assitalia, Lloyd Italico, e Toro, con la quale è possibile denunciare un sinistro in real time ed individuare la carrozzeria convenzionata o l’agenzia più vicina) e che segue, di poco, l’app creata da Genertel (non a caso, forse, dato che è una società controllata sempre da Generali).

Ora, come dicevo, la strada è segnata e si aspetta di vedere cosa farà il resto del mercato assicurativo e non solo.

Misurare la propensione al rischio

Dopo averlo incrociato in rete, ho conosciuto personalmente Fabio Franzolin, un giovane ingegnere gestionale che, assieme ad un socio, sta cercando di imboccare l’irta strada del risk manager consulente e gli auguro di riuscirci. Conoscendo la mia passione per la rete, mi ha inviato un suo contributo nel quale propone una semplice, ma efficace riflessione su come misurare la propensione al rischio del Top Management dell’impresa quando si tratta di definire un livello di autoassicurazione (franchigia o scoperto).

Ecco ciò che scrive Fabio.

“In fase di trasferimento assicurativo bisogna quantificare l’accettazione del rischio con franchigie frontali. Di solito si introducono cifre pulite, piene, multipli di 5.000 € per intenderci. Tuttavia sono abbastanza convinto che non sia il metodo giusto.

Un metodo che utilizzo prevede 3 domande per il top management:
1. Qual è la cifra che l’azienda può permettersi di spendere in caso di un imprevisto improvviso?
2. Qual è l’importo al di sopra del quale si deve ricorrere per forza ad un finanziamento?
3. Qual è il deposito nei conti correnti della società al 31 dicembre? Dovrà subire forti variazioni?

Le domande incidono in modo diverso nella definizione della franchigia frontale e, naturalmente, la prima domanda ha il peso maggiore.

Ci sono altre considerazioni e critiche che si possono fare al riguardo: piuttosto di chiedere quanto l’azienda è disposta a spendere in caso di sinistro, si potrebbe chiedere quanto è disposta a perdere annualmente negli eventuali sinistri, oppure si potrebbero aggiungere delle domande per poter definire meglio la cifra di accettazione del rischio.“

Quello proposto da Fabio mi pare un buon inizio al quale aggiungo quello che sono solito utilizzare e che è basato sull’analisi dei dati raccolti, soprattutto se si è in possesso una storia sui sinistri.

Per prima cosa provvedo a chiedere all’assicuratore un progetto che prevede l’inserimento di alcune franchigie frontali (determinate utilizzando magari anche il metodo su esposto) a carico dell’Azienda, ciò per valutare se sia conveniente per l’Azienda  farsi carico dei sinistri fino all’importo della franchigia a fronte di un contenimento dei costi assicurativi (il premio di polizza).

Lo schema adottato è il seguente:

A) conoscere innanzitutto il valore complessivo dei beni da assicurare;
B) individuare, poi, i costi  assicurativi applicando  alla somma prima determinata le quotazioni assicurative per le diverse franchigie richieste;
C) utilizzare, se disponibile,  la “storia sinistri” (non inferiore a 5 anni);
D) per ogni livello di franchigia prima ipotizzato (punto B):

1. sommare al costo assicurativo di cui al punto B) il totale delle effettive ritenzioni ipoteticamente subite per ogni sinistro: si otterrà, in tal modo, un costo totale per ogni franchigia;

2. determinare il totale dei sinistri liquidati nel periodo di tempo esaminato (al netto, quindi, delle franchigie ipotizzate);

3. confrontare il costo totale per franchigia di cui al punto 1. con il totale dei sinistri di cui al punto 2.

La franchigia ottimale sarà quella per la quale si realizza l’uguaglianza fra costo totale e risarcimento ipoteticamente ottenuto.

Tutto chiaro? Qualcuno ha qualche altro suggerimento?

L’assicurazione “gassosa“

Forse lo saprai già che, chiunque usi, anche occasionalmente, gas metano o altro tipo di gas fornito tramite reti di distribuzione urbana o reti di trasporto, beneficia in via automatica di una copertura assicurativa contro gli incidenti da gas, ai sensi della delibera n. 152/03 dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

Le garanzie prestate riguardano: la responsabilità civile nei confronti di terzi, gli incendi e gli infortuni, che abbiano origine negli impianti e negli apparecchi a valle del punto di consegna del gas (a valle del contatore).

L’assicurazione, di cui ne ha parlato anche l’amico Ugo Fonzar nel suo blog, è stipulata dal CIG (Comitato Italiano Gas) il quale, in ottemperanza alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 della deliberazione dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas 152/03 del 12 dicembre 2003, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 6 del 9 gennaio 2004, il CIG ha stipulato a garanzia per tutti i clienti finali civili del gas, un contratto di assicurazione per gli infortuni, anche subiti dai familiari conviventi e dai dipendenti, gli incendi e la responsabilità civile, derivanti dall’uso del gas loro fornito tramite un impianto di distribuzione, a valle del punto di consegna.

Quello a cui non si pensa, però, è il richiamo all’Art. 1910 Assicurazione presso diversi assicuratori del Codice Civile, il quale recita: “Se per il medesimo rischio sono contratte separatamente più assicurazioni presso diversi assicuratori, l’assicurato deve dare avviso di tutte le assicurazioni a ciascun assicuratore. Se l’assicurato omette dolosamente di dare l’avviso, gli assicuratori non sono tenuti a pagare l’indennità. Nel caso di sinistro, l’assicurato deve darne avviso a tutti gli assicuratori a norma dell’art. 1913, indicando a ciascuno il nome degli altri. L’assicurato può chiedere a ciascun assicuratore l’indennità dovuta secondo il rispettivo contratto, purché le somme complessivamente riscosse non superino l’ammontare del danno. L’assicuratore che ha pagato ha diritto di regresso contro gli altri per la ripartizione proporzionale in ragione delle indennità dovute secondo i rispettivi contratti. Se un assicuratore è insolvente, la sua quota viene ripartita fra gli altri assicuratori“.

Ora, la polizza del CIG in vigore, all’articolo Altre assicurazioni, prevede opportunamente che,  “A parziale deroga dell’art. 1910 l’Assicurato è dispensato dall’obbligo di comunicare l’esistenza di altre assicurazioni per i rischi assicurati dalla presente polizza“.

Ma se l’utilizzatore ha in corso una propria polizza per il rischio dell’Incendio, della Responsabilità Civile verso Terzi o per gli Infortuni (tutte garanzie previste dalla polizza del CIG), anche in queste polizze bisognerà prevedere una sorta di deroga in caso di “altre assicurazioni“, altrimenti il rischio è quello di vedersi rifiutare l’indennizzo dall’assicuratore che non era stato messo a conoscenza delle altre polizze ai sensi di quanto previsto dal citato art. 1910 c.c. .

Lo stesso dicasi per le polizze stipulate dalle banche o da società delle carte di credito che spesso offrono coperture assicurative comprese nel canone fisso e delle quali spesso ci si dimentica per cui, se hai delle polizze personali, verifica cosa queste prevedono nel caso di altre assicurazioni e magari chiedi una deroga al tuo assicuratore utilizzando lo stesso testo utilizzato dalla polizza del CIG.

Quindi: presta attenzione al gas, ma anche alle assicurazioni 😉

Assicurazione infortuni e principio indennitario

In merito ancora alle polizze infortuni vi segnalo la sentenza del 7 dicembre 2001 – 10 aprile 2002 n. 5119 della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI in relazione al principo indennitario.

Non essendo l’assicurazione privata contro gli infortuni autonomamente disciplinata, si pone il problema di stabilire se è ad essa applicabile l’art. 1910 nella parte in cui prevede che, a fronte di più assicurazioni per il medesimo rischio, l’assicurato debba avvisare ciascun assicuratore, pena, in caso di dolosa omissione, il mancato pagamento dell’indennità.
Per risolvere il contrasto sorto in giurisprudenza, le Sezioni Unite della Cassazione affermano che è necessario stabilire se il principio indennitario (art. 1905), che qualifica l’assicurazione contro i danni, sia applicabile all’assicurazione contro gli infortuni.

Nel rispondere positivamente, la Suprema Corte individua i seguenti motivi:

1. l’art. 1916 comma 4, espressione del principio indennitario, estende esplicitamente all’assicurazione contro gli infortuni il diritto di surrogazione dell’assicuratore, allo scopo di impedire il cumulo nello stesso soggetto del diritto al risarcimento verso il terzo responsabile e del diritto all’indennizzo verso l’assicuratore;

2. l’infortunio è evento produttivo di danno per l’assicurato, da qualificarsi come danno patrimoniale, se incide sulla capacità lavorativa del soggetto leso, oppure non patrimoniale, ma comunque patrimonialmente valutabile, mediante le tabelle del danno biologico, qualora l’infortunio venga in considerazione come rischio dell’assicurato indipendentemente dalla sua capacità di lavoro e di guadagno.

Quanto evidenziato vale per l’assicurazione contro le disgrazie accidentali non mortali, nella quale vi è coincidenza tra l’assicurato, titolare dell’interesse garantito e beneficiario dell’indennizzo per inabilità o invalidità, e la persona sulla quale fisicamente incide l’infortunio (coincidenza che si verifica sia nel caso di assicurazione contro i propri infortuni, sia nel caso di assicurazione contro gli infortuni di terzi stipulata nell’interesse dei medesimi).
Nel caso di assicurazione contro gli infortuni ove sia prevista la corresponsione dell’indennizzo per infortunio mortale viene in considerazione un rischio che è tipico della assicurazione sulla vita: il rischio assicurato è sempre costituito dalla morte e beneficiario non è l’assicurato, ma un terzo. In tal caso, le norme applicabili dovranno essere prevalentemente desunte, in relazione alle singole fattispecie, dalla disciplina dettata in materia di assicurazione sulla vita (in tal senso, Cass. 2915/68).

In conclusione, la S.C. statuisce che: «alla assicurazione contro le disgrazie accidentali (non mortali), in quanto partecipe della funzione indennitaria propria dell’assicurazione contro i danni, va estesa l’applicazione dell’articolo 1910, trattandosi di norme dettate a tutela del principio indennitario, per evitare che, mediante la stipulazione di più assicurazioni per il medesimo rischio, l’assicurato, ottenendo l’indennizzo da più assicuratori, persegua fini di lucro conseguendo un indebito arricchimento», mentre «deve ritenersi inapplicabile all’ipotesi di assicurazione contro gli infortuni mortali la disciplina dettata dall’articolo 1910».

Qualche commento?

Big Brokers Want Fees Reinstated: l’annosa storia delle commissioni contingenti.

Questo è il primo post dopo la morte di mio padre Cesare avvenuta lo scorso 24 marzo: è nel suo ricordo che torno a scrivere anche se la voglia, mi scuserai, è poca.

Qualche mese fa ho letto un articolo sul WSJ intitolato: “Big Brokers Want Fees Reinstated“ riportato poi anche da Business Insurance del 21–28 Dicembre 2009, qui tradotto da Assinews, nel quale si parla di nuovo delle commissioni contingenti poiché Arthur J. Gallagher & Co., il quarto broker più grande al mondo, ha convinto lo stato dell’Illinois a rivedere il divieto che proibiva agli assicuratori di versare compensazioni come incentivi. In questo modo, Gallagher & Co. ha stimato che le commissioni contingenti aggiungeranno 10 milioni di dollari alle sue entrate annuali entro il 2011, mentre Barclays Capital stima in una nota che tali commissioni potrebbero portare ulteriori $ 254 milioni per Marsh, $ 51 milioni per Aon, e $ 40 milioni per Willis.

Nel 2004 negli USA, a seguito dell’indagine guidata dall’allora New York Attorney General Eliot Spitzer, sollevò il coperchio di quello che, qualche giornale in Italia, definì come “Lo scandalo delle assicurazioni americane“ che coinvolse alcuni broker tra i quali Aon, Marsh e Willis tanto che, poi, la stessa Marsh pagò 850 milioni dollari in un fondo per risarcire i clienti, senza mai ammettere o negare le accuse. E sotto accusa era finito il meccanismo conosciuto come “contingent commissions“, in base al quale il broker, invece di cercare di vendere il miglior prodotto per il cliente, era incoraggiato a collocare le polizze delle compagnie con le commissioni più elevate. In sostanza, il broker veniva pagato più del dovuto per piazzare i prodotti assicurativi più costosi e di compagnie amiche.

Di questo argomento e del fatto che più di recente Marsh e Willis avevano annunciato la volontà di instaurare una sovracommissione del 2,5% a carico degli assicuratori, ne avevo già parlato qui.

E’ notizia di oggi, invece, che “Marsh dice no alle commissioni contingenti“, ma non per tutte le attività in quanto pare che per le attività affinity e rischi di massa, le controllate di Marsh potranno percepire comunque le commissioni contingenti.

Alla luce di tutto ciò, più che trarre considerazioni, forse è meglio riproporti la domanda che era poi il titolo di un mio precedente post: “Qual è, oggi, il ruolo del broker?“

Nota: mentre nel 2004 accadeva tutto ciò, Goldman Sachs consigliava ai propri clienti di vendere i titoli dei broker e di comprare quelli delle compagnie assicurative, come Aig: sappiamo tutti, poi, com’è andata a finire.

Aggiornamento: a riprova che l’argomento è di piena attualità, riporto l’articolo apparso oggi 1 aprile su Assinews: “Commissioni contingenti di nuovo ammesse per i maggiori broker“, tratto da Business Insurance del 22 Febbraio 2010, dal quale evidenzio questo passaggio che mi sembra dica tutto.

“La Risk & Insurance Management Society ha fortemente criticato la decisione, dicendo che i nuovi standard di trasparenza del NYSID non proteggono in modo adeguato i consumatori da potenziali abusi“.

Polizza più cara per chi usa Facebook o Twitter?

Immagine tratta da Pleaserobme.com

Utilizzando molto la rete e gli strumenti del web 2.0 mi ha particolarmente attirato, per non dire colpito, questo articolo “Confused.com predicts insurance hikes for social media user“, del quale non potevo non parlarne.

In breve, si sostiene che gli assicuratori potrebbero iniziare molto presto a far pagare agli utenti di social network (o meglio dei social media) come Facebook, Twitter o MySpace, premi più cari per le polizze contro i furti in casa. Lo rivela il comparatore online “Confused.com”, spiegando che gli utenti dei social network si rendono più vulnerabili a furti ed episodi criminosi in genere, in quanto rivelano sulla rete web le loro abitudini e i loro spostamenti.

“Non sarei sorpreso – ha detto Darren Black, responsabile dell’area “home insurance” di Confused.com – di vedere che, mentre i social network crescono in popolarità e aumentano le diverse funzionalità, gli assicuratori inizino a tener conto nella valutazione del pricing delle coperture, il grado di informazioni personali immessi in rete che si traducono in un incremento del rischio individuale. Gli assicuratori hanno già iniziato a verificare, sulla base dei sinistri, il grado di informazioni immesse online dal danneggiato”.

“Le organizzazioni criminali – conclude Darren Black – stanno diventando sempre più sofisticate nella fase di analisi e raccolta delle informazioni utilizzando anche Google earth e street view per pianificare i loro furti con precisione militare”.

La tematica sicurezza e polizza furto viene messa in risalto ancor più dal sito Pleaserobme.com, (Please Rob Me, ovvero derubami per cortesia) che analizza i messaggi degli utenti Twitter che informano quando si è lontani dalle proprie abitazioni. L’utente che pubblica, ad esempio, un tweet dicendo “Mi trovo al centro commerciale”, espone se stesso a diversi rischi, primo fra tutti il lasciar un “biglietto da visita” virtuale per eventuali ladri, che verrebbero informati di una casa pronta “da essere svaligiata”.

Considerazione: a parte cogliere lo stimolo che anche le nuove tecnologie presentano nuovi rischi che devono entrare nel bagaglio di un risk manager, come sempre bisogna analizzare il problema e magari dire che, basterebbe applicare un sano buon senso (spesso il Risk Management non è altro che buon senso applicato) e non fornire tali informazioni in rete anche grazie ai filtri di privacy che è possibile impostare sui social media che il problema e, dunque, il rischio si ridurrebbe e di molto. Oppure, come mi scrive un amico, non sarà solo l’ennesimo tentativo, anche elegante e sofisticato, messo in atto dal mercato assicurativo per giusitificare incrementi di premio?

E tu, usi i social media o vorresti usarli? Vorresti dire la tua?

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