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"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

ANIA: Pmi, non tutti i rischi sono coperti

La partecipazione al convegno Assicurazione e accesso al credito per le piccole e medie imprese organizzato da Assicurazioni Generali e Unindustria Treviso lo scorso 15 ottobre presso la Direzione per l’Italia delle Generali a Mogliano Veneto (foto), in occasione del quale il Group-ceo, Giovanni Perissinotto, ha presentato il progetto “Zoom-Pmi” – per facilitare l’analisi dei rischi ed il check up delle esigenze assicurative proprio delle PMI (del quale dirò meglio in seguito così come anche delle riflessioni emerse in quella giornata), mi offre l’occasione per postare queste poche righe che avevo preparato nei primi mesi del 2010 quando mi era capitato tra le mani lo studio dell’ANIA curato da Luigi Guiso su Assicurazioni e PMI, condotto tra il 2008 e il 2009 su un campione di 2295 imprese italiane con meno di 250 addetti, dalla lettura del quale si apprende che non tutti i rischi sono coperti e che il 14% delle imprese è privo di un’assicurazione contro il rischio di incendio, mentre altre rivelano che alcune coperture non gli sono mai state proposte e, quindi, che ne ignorano l’esistenza.

E ancora l’indagine mette in evidenza che:

  1. il 33% è privo di assicurazione verso terzi e i dipendenti (il 42% per le imprese con meno di 15 addetti);
  2. il 90% è privo di assicurazione contro rischi ambientali.

Nel complesso, la maggior parte delle piccole imprese è assicurata per non più di tre rischi e solo il 14% contro più di cinque rischi.

Credo ciò dipenda anche dal fatto che, se l’assicuratore o meglio l’intermediario assicurativo non conosce i rischi dell’impresa, la sua realtà, ciò che avviene all’interno e all’esterno di essa, non può nemmeno proporre soluzioni assicurative. Il mercato spesso si “inventa le coperture“ mentre bisognerebbe entrare all’interno dell’impresa per capirne le sue dinamiche, intercettarne i bisogni e proporre soluzioni assicurative adeguate quando non innovative, per un mondo che è cambiato profondamente dove oggi più che agli asset materiali è importante guardare a quelli di natura immateriale.

Inoltre, la mia personale opinione in tanti anni di attività a contatto con il mondo assicurativo è che ci sia una avversione verso la soluzione assicurativa dato che questa appare di difficile comprensione per l’assicurato: qui le compagnie avrebbero un ruolo importante di semplificazione del linguaggio (detto volgarmente “l’assicurese“) mirando ad avvicinare due mondi, quello dell’assicurato e quello dell’assicuratore, troppo spesso distanti.

Lo studio evidenzia poi che le imprese che hanno una maggiore copertura assicurativa ottengono dalle banche tassi più bassi, dichiarano di essere razionate con una minore probabilità e riescono ad ottenere credito da un numero maggiore di banche. I risultati della ricerca suggeriscono che un sistematico utilizzo nei modelli interni delle banche dell’informazione sulle coperture assicurative delle imprese potrebbe portare a una migliore valutazione del loro merito creditizio (a proposito, che fine ha fatto Basilea 2?) aspetto che però, anche nella mia esperienza, è ancora di là da venire dato che purtroppo non mi è mai capitato che una banca venisse a chiedere informazioni sulle politiche di gestione dei rischi dell’azienda alla quale doveva erogare il credito, mentre credo fermamente che questa sia una strada da perseguire con convinzione da tutti gli attori.

In tutto questo, sono altrettanto convinto che il ruolo del risk manager funga anche da “facilitatore linguistico“ tra questi mondi quello industriale da una parte e quello assicurativo e bancario dall’altro.

Chi vuole dire qualcosa al riguardo?

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