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"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

La buona reputazione della Nutella

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Ho sempre pensato che la Nutella fosse buona (non hai mai provato ad assaggiare la Nutella?) e oggi ho appreso la notizia che la Ferrero, secondo l’indagine effettuata dal Reputation Institute, figura al primo posto nella classifica mondiale delle aziende che beneficiano della migliore reputazione generale presso il pubblico, battendo grandi marchi come Ikea e Johnson&Johnson e salendo dal quarto posto al top della classifica.

Credo che anche per il collega risk manager della Ferrero ciò rappresenti un bell’impegno in termini di salvaguardia della reputazione aziendale la quale, a quanto pare, è ai primi posti nella classifica dei rischi che più preoccupano le aziende e, naturalmente i loro risk manager. 😉

E tu, caro lettore, cosa fai per proteggere la reputazione delle aziende o dell’azienda per la quale operi?

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6 commenti»

  dbosnjak wrote @

Che vita sarebbe senza Nutella… 😉

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  Mauro A. Del Pup wrote @

@dbosnjak: e speriamo che il risk manager della Ferrero, cercando di evitare i danni, riesca a garantirci sempre la nostra “dose“ di Nutella quotidiana 🙂

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  Filippo Bonazzi wrote @

sarebbe utile sapere secondo quali criteri viene misurata la reputazione delle aziende, in generale.

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  Mauro A. Del Pup wrote @

@Filippo. Per quanto riguarda la classifica di cui parlo, i criteri sono quelli adottati dal Reputation institute che così recita: “Reputations are perceptions people have of an individual or organization, be it a company, a city, or a country. These perceptions form as a result of the personal experiences that people have, the messaging they see and hear, and the third party conversations they are exposed to“. Nello stesso sito si possono trovare interessanti riferimenti su come si misura, o si cerca di misurare, la reputazione di un’azienda attività questa che, come sappiamo, è abbastanza trascurata dalle aziende italiane.
Personalmente, ritengo che più un’azienda è trasparente verso l’esterno, e quindi verso i suoi diversi stakeholders, meglio si pone sotto l’aspetto della sua reputazione. In questo senso, l’uso da parte delle aziende dei sistemi di comunicazione offerti dal web 2.0, e quindi dai blog ai sociali network aziendali, non potranno che essere strumenti con i quali comunicare e rafforzare la propria reputazione che dovrà essere confermata proprio dagli stakeholders.
Certo, alcune aziende pensano che aprirsi e diventare trasparenti rappresenti un rischio, ma io vedo che i benefici e le opportunità che ne hanno tratto le aziende che lo hanno fatto sono rilevanti.
Anche qui, qualcuno è già arrivato o arriverà prima e gli altri dovranno rincorrere oppure, come mi insegni, “pedalare“.

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  Filippo Bonazzi wrote @

già il fatto che qualcuno, come tu giustamente osservi, veda un rischio nella trasparenza e nell’apertura verso l’esterno la dice lunga sullo stato di arretratezza culturale e di disonestà intellettuale in cui si trova buona parte degli italiani (forse la maggioranza).
La cosa più preoccupante è, da una lato, che molto spesso gli arretrati culturalmente e i disonesti intellettualmente occupano posizioni di vertice difficilmente scardinabili, e, dall’altro, che i giovani anzichè portare avanti istanze di cambiamento si allineano volentieri, avallando, di fatto, lo stesso sistema che li penalizza.
Per questo motivo, sono favorevole ad incentivare in tutti i modi l’applicazione di criteri di misurazione della reputazione, che responsabilizzino maggiormente chi decide e che emarginino chi decide senza essere in grado di decidere.

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  Mauro A. Del Pup wrote @

@Filippo come si dice in rete, ti quoto, cioè condivido quello che scrivi.
Per la mia esperienza posso aggiungere che alcune aziende non si aprono più per arretratezza culturale che per altri motivi.

Parlando dell’apertura alla rete, in questi giorni, in rete e sui giornali, si legge e si discute se sia giusto vietare ai dipendenti di aziende pubbliche e private l’accesso e l’uso alcuni social network (il più famoso, ma non il migliore, è Facebook) in orario di lavoro.
Personalmente penso che sarebbe meglio educare piuttosto che vietare.
Il vero problema, come scrive Giorgio Jannis del blog “Nuovi Abitanti“ nel suo post http://tr.im/m9pr, “è la mancanza di educazione ai comportamenti da tenere nei Luoghi di socialità digitale, e purtroppo le stesse sensate indicazioni del Garante della privacy (vedi a questo link http://tr.im/m9qL) non sono affatto rese note alla popolazione, non sono illustrate a scuola o sugli ambienti di lavoro, né mostrate a chi si iscrive ai social network.
L’educazione alle nuove grammatiche dell’abitare digitale permette l’instaurarsi in noi di punti di vista in grado di prendere in considerazione anche eventi futuri non ancora immaginabili, permette di sviluppare competenze, in questo caso di cittadinanza digitale, che poggiano sulla consapevolezza delle persone rispetto all’adeguatezza dei comportamenti nei Luoghi pubblici“.

Anche su questo il mondo del lavoro pubblico e privato farebbe bene ad interrogarsi.
Qualcuno, come dicevo, lo sta già facendo e arriverà prima.

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