Risk Management – Il primo blog in Italia sui temi del Risk Management.

"Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare” (José Saramago)

Il processo di risk management e il risk manager consulente

In questo periodo, come già saprai, sto frequentando il corso “Enterprise Risk Management“ all’Università di Verona del quale sto raccontando le mie impressioni.

Uno dei moduli fin ora più interessanti (almeno per me, tra i troppi poco utili) è stato quello tenuto dall’ing. Maurizio Castelli, ex risk manager Pirelli, oggi in veste di managing director di XL Insurance, che ci ha parlato tra l’altro del processo di risk management e del ruolo del risk manager.

Innanzitutto si è detto che il Risk Management è un processo, non una funzione !

Mi piace precisare questo aspetto poiché, in ambito aziendale, si è soliti definire le varie funzioni, ma poco i processi e allora vediamo la distinzione tra i due concetti:

1. Funzione: è il ruolo che risulta assegnato a un elemento di un aggregato sistemico. In contesto organizzativo è il ruolo di una persona in un ufficio o in una squadra operativa, un reparto in una fabbrica, una unità in una divisione militare, …

2. Processo: è un insieme di attività correlate o interagenti che trasformano elementi in entrata in elementi in uscita fornendo valore aggiunto[Norma UNI 9000:2000] 
Un processo è caratterizzato dal fatto di essere ripetibile e coinvolge un insieme di risorse e di attività tra loro interconnesse che trasformano degli elementi in ingresso (input) in elementi in uscita (output). Le risorse possono comprendere personale, disponibilità finanziaria, mezzi, apparecchiature, tecnologie e metodologie. Un processo è quindi una serie intercorrelata di azioni, eventi e meccanismi diretta ad aggiungere valore.

E’ poi seguita una descrizione dell’evoluzione del concetto di risk management e della professione di risk manager in un modo che mi è parso alquanto interessante (credo anche per i molti che seguono il corso) o almeno meno teorico-scolastico di quanto non mi sia capitato di leggere o di ascoltare in questi quindici anni.

a) I “Basics“: Insurance Buying. E’ il primo gradino, quello in cui si gestiscono unicamente i rischi assicurabili e si utilizza il risk tranfer come unico strumento di gestione del rischio. Diciamo che questo è il luogo tipico dell’incontro tra l’azienda e un intermediario assicurativo.

b) Prima evoluzione: Insurance Management. Rappresenta un approccio più integrato alle tematiche assicurative in quanto porta inevitabilmente ad una attività di analisi e mappatura dei rischi da trasferire. In questa ottica l’Insurance Management può essere visto come una evoluzione dell’Insurance buying ed è la prima “disciplina complesssa” di Risk Management.

c) Seconda evoluzione: Risk Management Tradizionale. L’uso di strumenti addizionali per la gestione di quei rischi che venivano precedentemente trasferiti interamente ai mercati assicurativi, ha portato alla nascita del Risk Management, nel senso che si è dato a questo termine per due o tre decenni. Tali strumenti includono l’Alternative Risk Transfer (ART) nel quale sono comprese le Captives, il Risk Engineering, e la Risk Mitigation/Loss Prevention. Inoltre molti Risk Managers sono stati sempre più coinvolti su una gamma di rischi più ampia di quelli tradizionalmente considerati come “assicurabili”, tra cui i rischi politici, i rischi di credito, gli employee benefits etc .. .

d) Ulteriore sviluppo: Risk Management Avanzato. Numerosi “Risk Managers Tradizionali” a partire dagli anni ’90 sono stati coinvolti in ulteriori aree, quali il Crisis Management, il RM su Grandi Progetti, il RM sulle attività di M&A. Inoltre, molti risk managers sono stati portati ad un livello più alto della gerarchia aziendale e sono stati coinvolti in alcuni processi decisionali relativi ad azioni strategiche (come ad esempio la decisione se proseguire o meno un certo progetto). Questi Risk Managers Avanzati” si muovono, comunque, ancora in un ambito “tradizionale”. 

e) Un nuovo profilo: Enterprise Risk Manager (puro). Principalmente a causa di nuove regole, normative e leggi, molte grandi aziende hanno sentito la necessità di avere un approccio integrato ed “olistico” ad una vasta gamma di rischi, inclusi i rischi finanziari, quelli operazionali e quelli strategici. In questo modo è nato l’Enterprise Risk Manager. Nella sua più stretta definizione tuttavia l’ERM non è coinvolto nella gestione operativa dei rischi, ma solo in un ruolo di “facilitatore” del processo di analisi e mappatura dei rischi. Questo perché la gestione degli stessi viene lasciata alle funzioni operative che nella visione ERM più “pura” sono considerate le “proprietarie” dei rischi stessi. Si può quindi affermare che, se è vero che l’ERM è coinvolto in una gamma di rischi molto più vasta, è anche vero che il numero di strumenti utilizzati è molto più ridotto.

f) Quando un  “RM tradizionale” diventa un ERM: Enterprise Risk Management “combinato. Quando il ruolo di ERM è affidato ad un RM preesistente, sebbene il cambiamento di cultura ed approccio metodologico sia molto significativo, normalmente il RM continua ad essere coinvolto con molte delle attività che gestiva precedentemente, quali assicurazioni, Captive management, Risk Engineering

Ulteriori scenari: a complicare ulteriormente le cose molte aziende considerano anche l’HSE (Health, Safety and Environment) e la Security, come aree che appartengono alla sfera del “Risk Management”. Qui non ho ben capito (e in effetti non l’ho chiesto) perché si dica che “le cose si complicano“ quando, personalmente per quello che vivo ogni giorno, vedo questi ruoli di naturale competenza di un risk manager.

Tutte queste considerazioni sono state riassunte da Castelli molto efficacemente nella sua Matrice delle discipline di risk management il quale ha poi concluso affermando che la “disputa” sul “vero risk management” non ha alcun senso (ed io, per quanto conta, sono pienamente d’accordo). Esistono, infatti, differenti discipline di Risk Management che coinvolgono vaste competenze, quasi sempre indisponibili in una singola funzione. L’integrazione ed il coordinamento di queste funzioni rappresentano la sfida per una reale ottimizzazione del valore aggiunto prodotto dal processo di Risk Management.

In questa descrizione, tuttavia, mi pare che Castelli si sia concentrato nell’analizzare l’evoluzione guardandola più con l’occhio di un risk manager dipendente della struttura aziendale che anche con quello di un risk manager consulente il quale spesso (se non sempre) deve rapportarsi con l’alta direzione e quindi è integrato de facto proprio ai più alti livelli della gerarchia aziendale.

A mettere una “toppa“ (non me ne voglia Castelli) in questo ragionamento, ci pensa il collega free lance Filippo Bonazzi, con questo articolo (risalente al febbraio 2006) “focalizzato sulla figura del risk manager consulente esterno, il professionista, cioè, che svolge continuativamente attività di gestione del rischio a favore dell’azienda (pubblica o privata) senza essere inquadrato contrattualmente quale lavoratore dipendente della medesima“.

E io, dove mi colloco? Bè potrei dire che, sulla base della esperienza maturata sul campo, mi sento coinvolto in tutte le definizioni sopra citate.

Posso anzi affermare che non esiste (almeno questo vale per me) un ruolo predefinito e la capacità del risk manager consulente è forse anche quella di adattarsi, avendone le competenze, alle diverse esigenze aziendali. Ad esempio, in alcune realtà mi occupo degli aspetti che riguardano la salute e la sicurezza del lavoro così come di quelli ambientali, tutte attività che rientrano nella definizione di prevenzione dei danni (Loss Prevention) e che per me rappresentano i servizi con più alto valore aggiunto per le aziende. In altre, invece, gli aspetti descritti dal collega Filippo Bonazzi rappresentano l’attività prevalente.

In tutti i casi, l’importante è agire con una elevata competenza ed una “rigorosa applicazione dei principi etici e deontologici“.

E tu che hai avuto la pazienza di leggere questo lungo post, che ne pensi?

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15 commenti»

  Paola Menegon wrote @

Focalizzo la mia attenzione sul concetto di processo piuttosto che di funzione.
Il risk manager è un facilitatore del processo di risk management, che deve in realtà permeare tutte le funzioni aziendali. Il risk manager coordina i processi di risk management che avvengono in azienda e favorisce la diffusione della cultura di gestione del rischio in azienda. E questo vale sia per il risk manager dipendente dell’azienda, sia per il risk manager consulente esterno.
Le doti del risk manager non sono solo tecniche ma soprattutto organizzative e “comunicative”.
Un saluto e grazie come sempre degli ottimi spunti di riflessione, Paola

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  Stefano Franzolin wrote @

Grazie Mauro per l’approccio sempre professionalmente impeccabile sull’incontro con Castelli . Devo dire che vista la tua sintesi e l’azzeccatissimo commento di Paola Menegon posso anche fare a meno degli appunti che ho preso durante l’incontro. Non posso che trovarmi assolutamente d’accordo con voi e apprezzare la Vostra professionalità alla quale mi auguro di potermi ispirare .
Caro Mauro , continuerò a seguire il Tuo blog.
Un cordiale saluto – Stefano – corsista ERM a Verona.

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  Mauro A. Del Pup wrote @

@Paola: grazie per il tuo contributo che arricchisce il confronto di idee.

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  Mauro A. Del Pup wrote @

@Stefano: sei troppo generoso con i complimenti, mentre se mi tieni sulla “corda” sono stimolato a dare sempre qualche piccolo contributo.
Ti invito ad intervenire anche con i tuoi contributi perché sono le idee di tutti, soprattutto quelle diverse da un pensiero unico, che di arricchiscono.
Quindi, grazie a te che segui questo blog e spero continuerai a farlo.

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  Gian Carlo Mocci wrote @

Tutto vero, confermo.
Ho visto con piacere un riferimento alla ISO 9000 quando si è parlato di processo. Personalmente nuoto in questo processo da anni, e talvolta la corrente (contraria) è molto forte, infatti avendo esperienze come Risk Manager, Quality Manager, HSE Manager, Insurance … non è facile capire dove inizia uno e finisce l’altro.
Io mi sono fatto una mia idea, un Risk Manager è una figura orizzontale, che quindi ha grandi capacità di analisi per capire prontamente in quali aree investigare/intervenire. Poi deve essere bravo a coinvolgere gli specialisti (e farli lavorare assieme) per gestire i rischi di ambiti specifici (IT, security, insurance, Environment, Quality, Legal, safety, brand, image, reputation, labour law, etc etc .. ). Mi sembra coerente con il fatto che una Azienda è sottoposta a molteplici rischi che “provengono” da molteplici sorgenti ed un superman che sia specializzato in tutto non esiste …
Forse ho scritto troppo, che ne dite ?

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  Filippo Bonazzi wrote @

anche in questo caso vorrei offrire un contributo in termini di contraddittorio.
D’accordo per il risk manager che interviene soprattutto sui processi (Paola), d’accordo anche sul ruolo di coordinatore (Mocci); ma non corriamo il rischio che il risk manager così definito rappresenti un’entità un pò troppo “fumosa” e dal valore aggiunto non immediatamente percepibile?
In fondo, di risk manager si parla in Italia oramai da parecchi anni. Come mai questa figura professionale stenta ancora ad affermarsi?
Non potrebbe essere meglio caratterizzare maggiormente il suo ruolo sviluppando, secondo le attitudini di ciascuno, una competenza specifica tra le possibili applicazioni del risk management (es. sicurezza, assicurazioni, legale, impianti, etc.)?
Ciò in modo che sia più chiaro a chi intende usufruire (e pagare) di servizi di risk management a che cosa servono e quale vantaggio possono concretamente generare.

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  Gian Carlo Mocci wrote @

Filippo hai centrato il problema, la figura è troppo fumosa e questo contribuisce al fatto che non venga riconosciuta.
Tu proponi una opzione importante, ognuno può dire “io sono un risk manager, specializzato in … (rischi ambientali, piuttosto che soluzioni assicurative, etc … )
Per la mia esperienza poi un RIsk Manager orizzontale/coordinatore può esistere solo in aziende molto grandi Edison, Bureau Veritas, Finmeccanica etc … Ad esempio in ADR (Aereoporti di Roma, l’equivalente della SEA a Milano) c’è un Insurance RIsk Manager ma non so se a monte c’è un risk manager (mi informo).
A presto

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  Mauro A. Del Pup wrote @

Innanzitutto un benvenuto in questo blog a Gian Carlo Mocci e un grazie per il suo contributo.

Mi trovo d’accordo con i commenti che ho letto e cercherò di portare la mia idea di risk manager.

E’ vero che, come dice @Filippo, se non definiamo bene le aree di intervento di un risk manager rischiamo di parlare del nulla, ma ritengo che lo stesso non debba essere limitato ad una funzione anche se altamente specializzata, ma debba diventare come ho scritto sopra e come dice @Paola un “facilitatore” del processo di analisi e mappatura dei rischi, che “deve permeare tutte le funzioni aziendali“.

Nel mio caso io opero su due fronti: come specialista dei programmi assicurativi (che rappresenta la mia base professionale da cui provengo) e come coordinatore delle tematiche inerenti la Loss Prevention in generale (faccio ricadere qui anche i temi della sicurezza sul lavoro) avendo nel tempo acquisito una formazione tecnica sia nell’antincendio che nella sicurezza del lavoro.
Oramai, salvo qualche eccezione, possiamo dire che in ogni azienda esiste la figura del responsabile della sicurezza, ma sempre come funzione. Quello che manca spesso è una figura che sappia coniugare, in una visione d’insieme, le varie tematiche che si affrontano in azienda, cioè un risk manager che abbia, come scrive @Gian Carlo, “grandi capacità di analisi per capire prontamente in quali aree investigare/intervenire e per coinvolgere gli specialisti e farli lavorare assieme“. Questo soprattutto, manca, qualcuno che sappia “far lavorare assieme“ tutti i vari professionisti.
Certo, la difficoltà è di far comprendere il servizio e il valore aggiunto e, come dice @Filippo che è abituato ad essere pragmatico, bisogna rendere immediatamente tangibile il servizio che offri. Mi ricordo che quando inizia ad operare come risk manager era il periodo della legge 626 che parlava proprio di valutazione dei rischi e mi ricordo la difficoltà di far capire il ruolo che un risk manager (che si occupa di valutare e gestire i rischi) poteva giocare in azienda, dato che non mi proponevo nè come intermediario per gestire le polizze e neppure come consulente sui temi della sicurezza del lavoro.

Forse, un servizio innovativo (anche se questa è una mia vecchia idea degli inizi), potrebbe essere quello di offrire un approccio di risk management che comprenda più interventi come quello assicurativo, sulla qualità, sulla sicurezza del lavoro, ecc., ma in una visione di processo come può essere quella della gestione dei rischi, un aspetto che manca quasi sempre, almeno nelle aziende che mi è capitato di operare.
E, come scrive ancora @Gian Carlo, “siccome un’Azienda è sottoposta a molteplici rischi e un superman che sia specializzato in tutto non esiste“, forse più risk manager specializzati che si muovono con un’unica mission, potrebbero rappresentare una risposta innovativa di servizi che non mi pare di scorgere ancora sul mercato.
Che dite?

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  Massimo Manganaro wrote @

Buonasera,

sono un ingegnere specializzato in tematiche di “loss prevention” in ambito incendio e continuità produttiva, e lavoro da diversi anni in una Compagnia di Assicurazione Internazionale proprio in questo ambito.
Facendo seguito al Vs. scambio di post, se mi è permesso, desideravo sollevare un possibile argomento di dibattito.
Ma quanto, in realtà, la “loss prevention” è effettivamente buona “loss prevention”?
Ad esempio, parlando di protezioni impiantistiche sprinkler, ci sono talmente tanti parametri (dimensionamento impianto in funzione di merce e caratteristiche stoccaggio ed edificio, calcolo idraulico integrale, posizionamento testine sprinkler a soffitto, ostruzioni al getto dello sprinkler, tipologia di testine sprinkler utilizzate, etc. etc.) da controllare e verificare se conformi agli Standard di riferimento (es. NFPA, Factory Mutual, EN…). In assenza di questi controlli accurati gli impianti sprinkler non potrebbero dirsi efficaci e perfettamente funzionanti come da attesa.
Ma effettiamente tutti gli specialisti di “loss prevention” controllano ad esempio tutti questi parametri per verificare il corretto dimensionamento ingegneristico ed installazione di un impianto sprinkler?
Ma questo è solo uno degli aspetti. Si potrebbe dire molto di più, parlando ad esempio anche degli aspetti procedurali. Ad esempio, il mancato utilizzo di una procedura formalizzata ed efficiente (es. conforme ad NFPA) per l’esecuzione di lavori a caldo è causa in Italia ancora di molti incendi che potrebbero essere evitati.

Un cordiale saluto

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  Filippo Bonazzi wrote @

Con rifermento all’intervento dell’Ing. Manganaro,
vorrei formulare alcune considerazioni:
1. non c’è dubbio che una buona loss prevention sia un’attività complessa sotto il profilo tecnico; ciò richiede investimenti in termini di tempo, competenze e denaro; la pedissequa applicazione delle norme in materia di sicurezza, infatti, già di per se costosa, lascia comunque ampi spazzi di miglioramento in termini di sicurezza e prevenzione; difficilmente un imprenditore (soprattutto di questi tempi) è disposto a sostenere un esborso aggiuntivo e non obbligatorio se non gli sono ben chiari i benefici, almeno nel medio periodo, derivanti dal medesimo esborso; in altre parole, in assenza di una cultura del rischio adeguata, o ci imbattiamo in un imprenditore filantropo o difficilmente possiamo pensare di trovare in azienda una loss prevention sofisticata;
2. allora il vero problema è: perchè in Italia stenta a decollare un’adeguata cultura del rischio? Forse perchè chi si occupa professionalmente di gestione del rischio non ha un grande interesse alla diffusione capillare della medesima. E penso che gli assicuratori abbiano una notevole responsabilità in materia. Quando pensiamo che le dichiarazioni relative alle circostanze che influiscono sul rischio sono sempre a carico dell’assicurato, che le solite ispezioni del rischio promosse dalle Compagnie preliminarmente all’emissione della polizza non producono mai documenti con efficacia contrattuale che impegnino gli assicuratori ad un’accettazione del rischio nello stato in cui si trova, e che i tanto sbandierati sconti sul premio in presenza di misure di prevenzione adeguate sono specchietti per le allodole (tanto è vero che alcune compagnie fanno gli stessi sconti anche senza indagare sulla prevenzione) mi viene da credere che gli assicuratori per primi non abbiano interesse ad acculturare l’assicurato. Tento più che l’azienda che ha investito pesantemente in prevenzione potrebbe decidere di non assicurarsi o di assicurarsi di meno.
3. non resta che confidare sui risk manager, purchè, naturalmente, oltre a disporre di competenze adeguate, sia pagato esclusivamente dall’imprenditore e non anche dalle compagnie! Diversamente, si andrà avanti come ora: per ogni rischio una polizza, senza preoccuparsi di altro!

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  Manganaro wrote @

Nel nostro Paese, in realtà, ci sono solo tre o quattro Compagnie di Assicurazione (spesso Internazionali) che dispongono di una struttura di “risk engineering e loss prevention”.
Ed in Italia, purtroppo, la “loss prevention” non decollerà mai in maniera efficace fino a quando si continuerà a pensare che debba servire in primo luogo a ridurre il premio assicurativo.
Ci sono delle Società Internazionali, con stabilimenti sparsi in tutto il Mondo, e per cui mi capita sovente di effettuare la revisione di progetti di ingegneria antincendio, che nel fare gli investimenti in “loss prevention” pensano in primis a proteggere i propri beni, la propria attività produttiva, e poi considerano le riduzioni in termini di premio assicurativo. Alcune di queste Società spesso pagano, in modo svincolato dai puri aspetti assicurativi, le competenze tecniche che gli specialisti di “loss prevention” forniscono.
Una buona “loss prevention” dovrebbe infatti esulare dai puri aspetti assicurativi relativi al pagamento del premio. Una riduzione del premio non riuscirà mai a compensare gli investimenti in termini di “loss prevention”.
“Loss prevention” significa in primis comprendere l’importanza di proteggersi dai rischi legati alla perdita di macchinari, edifici, merci, capacità di continuare a generare profitto, un ambiente più sano in termini di sicurezza per i propri lavoratori.
Al momento, la figura del risk manager in Italia è quasi esclusivamente assicurativa. Solo poche Società Multinazionali dispongono di un servizio di specialisti di “loss prevention” interni che spesso si affiancano agli specialisti di “loss prevention” delle Compagnie di Assicurazione per trovare insieme la strada verso la implementazione di sistemi di prevenzione e protezione in grado progressivamente di migliorare le esposizioni.

Cordiali saluti

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  Filippo Bonazzi wrote @

sono d’accordo con lei, ma come si fa a ” comprendere l’importanza di proteggersi dai rischi …” senza aver maturato una sensibilità almeno minima in materia?
Allora il problema non è soltanto tecnico ma soprattutto culturale.
Teniamo presente, poi, che la maggior parte delle aziende italiane è di piccole o medie dimensioni, e non dispone nè dell’organizzazione nè degli strumenti concettuali di cui può avvalersi la multinazionale.
La P.M.I. si relaziona più spesso con gli assicuratori ed è su questi ultimi che grava una significativa responsabilità (ancorchè non esclusiva) in termini di inadeguata diffusione di una cultura del rischio. Complice, come sostenevo, l’atavico conflitto di interessi tra chi compra una polizza e chi la vende.
Al punto che oramai è diffusa la convinzione tra gli assicurati che l’assicurazione determini un trasferimento del rischio, anzichè il trasferimento di alcune tra le sole conseguenze economiche del sinistro (e neppure le più importanti).
Ma, scusi, le pare possibile che a L’Aquila, zona notoriamente sismica, quasi nessuno fosse assicurato contro il terremoto? Evidentemente gli assicuratori locali (includendo naturalmente gli intermediari nelle varie forme) non solo si sono ben guardati dal prestare questa garanzia, ma hanno accuratamente evitato di evidenziare ai loro clienti tale carenza di copertura. Mentre proprio le compagnie, che dispongono di adeguati strumenti per la rilevazione e la mappatura di questo rischio, avrebbero potuto offrire un contributo importante nel sensibilizzare preventivamente privati ed aziende circa il problema terremoto.
Guardi, arrivo ad ipotizzare che se si potessero obbligare compagnie ed intermediari a rendere pubbliche le loro statistiche sinistri e i criteri che condizionano il percorso di tariffazione per aree geografiche, si attiverebbe immediatamente un cambiamento culturale notevole soprattutto tra le PMI.
Cordialmente.

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  M.Manganaro wrote @

La penso anch’io come lei, in Italia è necessario migliorare in maniera rilevante la cultura del rischio. Certamente con le PMI è ancora più difficile.
Negli Stati Uniti, ad esempio, alcune Compagnie di Assicurazione sono automaticamente viste e percepite dalle Aziende come dei partner con cui condividere tutti gli aspetti di miglioramento dei rischi, sia in termini impiantistici sia di tipo procedurale-operativo. In Italia, a volte, per ricevere ad esempio un progetto impianstico sprinkler su cui poter esprimere dei commenti tecnici, è spesso necessario, per quelle poche Compagnie di Assicurazioni tecniche, sollecitare più volte l’Azienda. E poi, molte Aziende credono, erroneamente, che disporre di un parere favorevole al progetto del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco sia garanzia di totale controllo dei rischi. Ma sappiamo bene che per i VV.F. non è di primaria importanza la protezione di beni e della attività, ma solo il mantenimento delle condizioni per la salvaguardia delle persone in condizioni di emergenza.
In merito proprio alla “loss prevention” la mia Compagnia dispone di vari strumenti condivisi a livello di network internazionale di ingegneri proprio per l’analisi ingegneristica dei rischi incendio, continuità di esercizio, ecc., che consentono di misurare il rischio. Quello che è difficile è proprio pensare di poter migliorare i rischi (per molte Aziende, seppure non per tutte) in maniera effettiva anno dopo anno. Per questo nel mio primo intervento chiedevo: ma quanto in realtà la “loss prevention” è buona “loss prevention”? Non basta installare un impianto sprinkler, seguendo magari una precedente raccomandazione di un rapporto tecnico, bisogna progettarlo ed installarlo in modo efficace. Ed è questo l’aspetto a volte pià difficile da soddisfare, e molte volte arrivando in Azienda a cose fatte capita magari di verificare che un nuovo impianto non sia in linea con gli standard di riferimento.

Per quanto riguarda l’Aquila ed in generale tutte le aree con esposizione sismica, ma anche ad altri eventi naturali (alluvioni, tornado, ecc.), la situazione è molto complessa. Più che la mancanza di coperture assicurative specifiche, da Ingegnere credo sia molto grave il fatto che la progettazione degli edifici civili ed industriali (molti dei quali anche di recente costruzione) in diversi casi non abbia tenuto conto del rischio sismico dell’area dell’Aquila. Ed in fondo stiamo parlando di un evento sismico di magnitudo inferiore a 6 Richter.
Sul terremoto non credo sia necessaria una sensibilizzazione delle Compagnie di Assicurazione, dal momento che basterebbe applicare le leggi e progettare gli edifici tenendo conto dei rischi sismici delle specifiche aree in cui si costruisce. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia fornisce una molteplicità di dati relativi alle esposizioni sismiche dei Comuni Italiani, aggiornati periodicamente. Ci sono oltretutto una molteplicità di interventi possibili di cosiddetto “retrofitting” degli edifici civile ed industriali che si potrebbero e dovrebbero in taluni casi effettuare.
Questo perchè il rischio sismico e degli eventi naturali in genere può avere un impatto ben più pesante dell’incendio in termini di perdita di vite umane.

Ancora un cordiale saluto

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  Giovannella Russo wrote @

Anche se un pò in ritardo scopro questo bellissimo blog e mi viene naturale di rispondere a Bonazzi che ha centrato davvero il punto: caratterizzare, finalmente, il ruolo del risk manager perchè sia finalmente compresa la funzionalità del ruolo.
A me viene da aggiungere che, forse, il ruolo non è ancora ben definito perchè nelle aziende spesso non si programma sufficentemente ciò che chiede impegno mentale oltre che economico.
Secondo me anche per il risk management va creato il “bisogno” chiarendo in dipendenza da questo che rischio non vuol dire solo negatività ma anche e soprattutto opportunità. In altri termini, per me andrebbe chiarito e diffuso che l’analisi del rischio è anche e soprattuotto una analisi delle opportunità.

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  Gian Carlo Mocci wrote @

Benvenuta Giovannella
fenomenale la frase “… anche per il risk management va creato il “bisogno” …” ebbene si le aziende e le persone hanno delle esigenze che “non sanno” di avere e/o non sanno di poter gestire in maniera migliore di quanto non sappiano che si possa fare (es. con il solito assicuratore e/o il solito broker).
PS. sarà l’ora tarda ma mi è venuto quasi un gioco di parole
Salutoni

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